sabato 17 dicembre 2011

giovedì, 14 maggio 2009

Il mio viaggio in Belgio: la pura verità

come è andata in Belgio?, direte. bene, dirò, e ora guarderò ancora di più i film dei Dardenne pensando "così vero!" perché anche nei film dei Dardenne qualcuno mangia la gaufre con sopra il gelato.
recandomi al Cirque Royal in Belgio sabato 9 maggio ho sbattuto con tutta la faccia in un cartello stradale belga. questo post non vuole parlare delle circostanze taumaturgiche in cui mi sono venuta a trovare, però quasi.
ho chiesto a mia mamma perché in Belgio facessero solo cartelli stradali ad altezza della mia faccia, lei ha risposto: "evidentemente per via dei molti nani che ci sono". ho riso.
le persone in Belgio sembrano tutte sommesse e affabili, probabilmente è per questo motivo che cercano di vendere i propri bebè e ascoltano la musica che ascolto io: a les nuits botanique, festival sobrio e gratificante che si sparge a macchia d'olio per tutta Bruxelles nei primi giorni di maggio, non c'era un solo nome che non rientri tra i miei preferiti (esclusi i Metric, ma è un mio problema), partendo da Emily Loizeau e passando per i recentemente adoratissimi Moriarty e, giusto per fare nomi, Andrew Bird, che è più o meno il punto in cui la mia patina di credibilità e disinteresse si sgretola.

il Cirque Royal è una sala da spettacoli che si presenta come "un sacco di divertimento, ma seduti", ed è innegabile che lo sia, se non altro per il tipo concerto a cui ho assistito io. per dirne una, la serata successiva era dedicata a Vinicio Capossela, e non c'è bisogno che ripeta un'altra volta la mia opinione su Vinicio Capossela e i teatri. la mia serata, invece, era divisa in tre parti, e sarebbe stata annunciata da Vasco Brondi come "la serata internèscional" se solo Vasco Brondi non fosse stato il grande assente in Belgio, cosa che non mi dispiace, anche se sono certa che lui avrebbe avuto piacere di rivedere Laura Marling dal vivo.
di Laura Marling parlavo entusiasta un anno fa e il mio giudizio, al contrario della sua età, rimane immutato. lei è timida ed evanescente e non si capisce da dove attinga la presenza scenica che nonostante tutto ha e l'aggressività anomala che dimostra nei pezzi migliori, come no hope in the air.
si lamenta la mancanza della band al completo e in particolar modo del polistrumentista paffuto Marcus "Panda" Mumford, ma le canzoni riarrangiate per voce chitarra e violoncello funzionano per la mezz'ora di concerto; quando a un certo punto Laura Marling rischia di strozzarsi e scoppia a ridere insieme alla sua brava violoncellista si crea finalmente un contatto e il pubblico smette di terrorizzarla. i testi tra l'intimista disilluso e il fiabesco rendono plausibili i parallelismi con l'altra supporter di Bird che ho visto dal vivo, Dawn Landes, con la differenza che Laura Marling pare destinata a implodere o a diventare un mostro ingombrante della musica buona più simile a Nina Nastasia.
Phosphorescent, ovvero la Brooklyn ironica con i titoli delle canzoni lunghi, ovvero Matthew Houck e altri quattro figuri che lo accompagnano nei live, è uno di quei casi in cui sai precisamente che a un certo punto del live la band ti strapperà una risata ma rimpiangi il fatto che non sia accaduto prima - d'altra parte il lavoro di un'arguta deduzione come questa è già compiuto per metà se il batterista si presenta con la fotografia di una LONTRA sulla maglietta.
il set comincia denso e indefinibile con le acrobazie di un virtuoso della chitarra, e svolta di colpo in un country sporco che ricorda il nuovo Conor Oberst messianico, solo con testi ironici e di rivalsa. non c'è propriamente un filo conduttore che supporti questo sbalzo, e non si capisce esattamente fino a che punto Houck voglia essere preso sul serio, ma Phosphorescent è una band dal vivo sorprendente, che colpisce di più per l'abilità e per la complicità del gruppo che per l'ironia con cui vorrebbe colpire. bizzarro, per un solista.



non troppo tempo fa, quando avevo 19 anni e avevo letto Benjamin facoltativamente e mi pendeva la spocchia dal culo, parlavo di esperienza dell'aura non riuscendo ad esprimere un concetto in verità molto semplice, che rende Andrew Bird (nella foto, con il riflesso della vetrina) uno degli artisti più interessanti da sentire oggigiorno dal vivo, e questo AL DI LÀ dalle mie considerazioni personali a riguardo*.
il concetto, dicevo, è questo: Bird fa del live e del disco due momenti assolutamente separati, non è un purista dello spazio dal-vivo-a-tutti-i-costi, e questo gli permette di divertirsi compostamente su disco, stratificando e non sacrificando alcun elemento ai fini di quella che sarebbe una fedele ma stantia riproposizione live dei suoi pezzi.
dal vivo, non si fa intimorire dalla "registrazione" perché è consapevole dell'operazione che sta compiendo e del fatto che mai nessun loop da lui registrato sarà identico a quello della sera precedente - quello di Bird è un lavoro in corso che lui si sforza di non ritenere concluso persino a distanza di anni (capita anche con pensate non del tutto riuscite, come la scarnificazione dei suoi migliori pezzi swing), lavoro mirato a stravolgere le composizioni con inventiva e a reimpossessarsi, sul palco, di tutto lo spazio che su disco era stato sottratto al violino (microfonato da alcuni MAGHI), mai concedendogli protagonismi eccessivi ma piuttosto ritagliandogli spazi che ricordano i brevi pezzi strumentali su disco ma che qui costituiscono il punto di partenza per la costruzione del live.
tutto questo trasmette l'impressione, ogni volta, che si abbia di fronte un concerto molto migliore dei precedenti, anche se forse per dovere di correttezza politica bisognerebbe dire "diverso".
ed è vero che a risaltare è la diversità, oltre a una sempre maggiore compattezza del gruppo. la band al completo evita a Bird il collasso nervoso a forza di rapidissimi passaggi da uno strumento all'altro (non che ora si sia del tutto lasciato alle spalle la cattiva abitudine) e contemporaneamente produce un effetto d'insieme imponente: tutti sul palco paiono agire per proprio conto, ma all'orecchio viene restituito un amalgama equilibrato la cui matematicità prende gli amanti del folk "di pancia" e li sfinisce a colpi di ukulele dato in testa e la frase "capito cosa significa suonare, STRONZO".
oltre a questo, il sempre luminoso Jeremy Ylvisaker, che si fa presentare con un nome diverso ogni sera tra cui ne figura uno di cui non è sicuro nemmeno Bird stesso e che mi piace interpretare come "lonesome jim", alla brutta faccia di quelli che sostengono l'astro di Casey Affleck sia tramontato a luglio del 2008; si diceva, Jeremy Ylvisaker (il cui apporto all'insieme è, dopo più di due anni di rodaggio, straordinario e indispensabile) improvvisa una steel guitar con un COLTELLO DA BURRO.
Mike Lewis, che fa un buon lavoro di bassista adatto, ha il suo indiscusso momento di rivalutazione quando in anonanimal estrae, non si sa da dove, un sax.
Martin Dosh, non c'è bisogno di dirlo, è al 75% responsabile dell'evoluzione live di Bird, e argina con una griglia ritmica attentissima il muro sonoro sempre inseguito che, per la prima volta in cinque concerti di cui parlo, pare addirittura valicato.
ma ora, le cose sugose:
- c'è stato un momento durante, credo, the naming of things, in cui la mia gamba sinistra è morta completamente e ho pensato che qualcuno alla fine del concerto mi avrebbe trascinata fuori e me l'avrebbe amputata ma non me ne sarebbe importato molto
- durante imitosis Bird si trattiene a stento dall'inserire di getto la citazione a lui interdetta dai legali poco raccomandabili di Sesame Street. riesce a compensare cantando, subito dopo, la canzone di Kermit - per di più in francese e con traduzione estemporanea (diventa più o meno "ce n'est pas facile d'être vert")
- con una spiazzante ventata di autostima si dilunga sull'origine delle sue canzoni, si descrive e descrive tutto il pubblico come il potenziale uomo al bancone del bar che dice cose imbarazzanti in effigy; ritorna ai fasti jazzistici quasi scusandosene con un gospel (trials and tribulations) che riassume come (qui cito, perché l'uso di questo linguaggio tutto colorito mi ha fatto ridere di gusto) "I'm saved you're screwed"; fa il simpatico introducendo una emozionante natural disaster come una canzone sulla primavera, la morte, la decomposizione e la pleurite dei gatti.
- è aiutato da Dosh nel riproporre dr stringz, che è ormai parte integrante e punto più alto del live, e si fionda di getto in una versione di fake palindromes energica a tal punto da essere quasi violenta, se non altro per un concerto visto da seduti in Belgio.
- è solo sul palco nel suonare why? durante il bis. non mi dilungo su why? perché l'ho già fatto almeno tre volte.
- è raggiunto da Laura Marling e dalla sua violoncellista durante sovay; la voce di Laura Marling non si sente del tutto, ma la canzone e il quadretto che viene a comporsi sul palco sono suggestivi - parrebbe uno di quei momenti di grande collaborazione e suggestione del concerto del primo maggio, ma senza l'inconveniente di Chiambretti che presenta.
- Mike Lewis è pettinato come le gemelline in shining

il concerto si conclude su don't be scared, momento in cui i sensibili al fascino del più bel disco di Andrew Bird (o i fan degli Handsome Family) ottengono la gratificazione vagamente snob di una vecchia gloria semidimenticata, reincarnatasi in una versione rumorosa e distorta che lascia spazio al quinto protagonista dei live di Bird: il fonografo rotante (anche: janus spinning double horn) rovescia onde sonore contro a tutte le pareti della sala permettendo alla band vera e propria di svignarsela inosservata mentre tutti spalancano la bocca e sono contenti, persino i belgi.




* qui c'era una parentesi che ho eliminato nella revisione
** curiosoni