venerdì 16 dicembre 2011

giovedì, 19 aprile 2007

Torre d'avorio is calling

o “stiamo tornando!”, direbbe giovanni allevi, prima di morire.

Final Fantasy
owen pallett ovvero final fantasy nasce in canada, suona il violino, e fa consapevolmente musica frocia.
di certo le collaborazioni con hidden cameras sono in questo senso rivelatrici, almeno quanto lo sono le sue cover dal vivo di mariah carey e di joanna newsom, che spesso risultano inquietantemente migliori delle canzoni originali. comunque, fatte queste prime considerazioni di cui lui stesso non fa segreto, coloro che continuano a speculare sul fatto che a owen pallett piacciono i maschietti sono un po’ come coloro che dicono che il primo vasco rossi era un grande: cerebralmente morti.
basta dare un’occhiata ai titoli delle sue canzoni e alla sua comicità un po’ ingenua e un po’ cretina per intuire che pallett è stato bambino negli anni ’80 e si è rosolato per più di una decade in quell’atmosfera plastificata dell’america dei giochi adventure e della nuova rinascita fantasy.
anche se i suoi concerti si basano anch’essi (v. paragrafo dedicato ad andrew bird) sull’uso di sampler e pedalini, il suo approccio al violino è stranamente più tradizionale, il che però non ostacola la stratificazione di suoni densi eppure accessibili, o il salto immediato e non traumatico nella direzione di giochetti a cappella, di ballate sorrette soltanto da pianoforte o percussioni improbabili.
owen pallett si diletta tra giochi di parole e liriche giocose e citazioni da altri artisti (non so se sia inconsapevole quella da jens lekman in "song song song") e per altri artisti (this is the dream of win and regine, cioè i suoi amichetti arcade fire), tuttavia dovrebbe trovarsi un buon titolista con cui rivoluzionare tutto, a partire dal nome della sua one man band e considerando che ha intitolato il suo secondo disco "he poos clouds".
di recente si è divertito, insieme alla *solita* scena canadese che gravita attorno ai broken social scene*, a fare il verso all’album degli stars e i suoi risultati si possono sentire nella prima canzone del disco, "your ex-lover is dead", con un risultato ancora più toccante del brano originario. “toccante” lo direi con minor senso di colpa se la canzone non fosse stata rimestata nell'ambito dei telefilm adolescenziali indie d’oltreoceano ma pazienza.

*secondo me questi canadesi passano i pomeriggi a divertirsi un mondo e a sparlare di avril lavigne

Patrick Wolf
è la pedina androgina e indecisa che penso segua la strenua regola del “basta che respiri”;
ha invece dalla sua un accento considerevolmente migliore rispetto a owen pallett e a quell’uomo meraviglioso che però mi disse “idaly”, essendo wolf nato proprio a londra.
ma il suo orientamento sessuale in questo caso è influente soltanto nel momento in cui si voglia fare un’esegesi puntuale di tutti i suoi testi (non è questo il caso) (per certi versi vorrei evitare).
patrick wolf è un caso anomalo del flusso indie di oltremanica anche perché – oltre al suo indiscusso talento – può vantare di una fanbase piuttosto ampia, stuzzicata di volta in volta da una o più sfaccettature della sua persona, che possono andare dalla capigliatura emo al fatto che durante la preadolescenza in casa fabbricava theremin.
è questo camaleontismo un po’ gigione che lo ha fatto entrare nelle grazie sia dell’NME che di tutta la corrente statunitense che lo stesso NME etichetterebbe “freak folk” o “avant folk” o comunque qualcosa in cui figurano assieme le cocorosie e antony. e, contemporaneamente, di marianne faithfull!
ad ogni modo, nonostante questa sua furba capacità di destreggiarsi tra brutture indiescener e intellettualità di un’avanguardia che avanguardia non è, patrick wolf ha pubblicato tre dischi bellissimi che sfoggiano narcisisticamente una vera e propria gamma di paesaggi-stati d'animo, dal cupo più tagliavene agli inni di speranza più scatenati, comunque mai niente di banale.
il violino è soltanto un punto di partenza, ed è continuamente tagliuzzato alterato alternato a un uso ossessivo dell’ukulele che nemmeno beirut, e di un’elettronica (non è un caso che il secondo disco fosse, anche a detta sua, una sorta di dichiarazione d’amore all’elettricità) tormentosa e tormentata che fa gli occhi dolci alla new wave, tanto che se non mi ricordassi di pete doherty penserei di stare vivendo gli anni ottanta almeno una volta.

Andrew Bird
verso il quale, per quanto possa fingere obiettività (ma l’opzione “trova” in questa pagina mi smentirebbe), vanno le mie simpatie. in un bar bergamasco lo scorso dicembre tentavo di spiegare chi lui fosse ad un’amica, e non si capisce che cosa voglia dire “iniziare col piede sbagliato” fino a che non si esordisce con “beh ha iniziato a suonare il violino a quattro anni”. grazie dio per avermi dotato di capacità riassuntive poco funzionanti.
comunque chapeau a una persona che in 33 anni nasce, impara a fischiare come un’astronave aliena, abbraccia e rifiuta la vita accademica (ma non senza diploma), entra a fare parte di una cricca di amanti del revival swing, diventa il nuovo grappelli ma contamina tutto di country-musica dei balcani-zydeco, è la prima cosa che si sente in un film di tim robbins, e tutto a un tratto questa persona che durante la sua adolescenza vedeva la trasgressione nel romanticismo e non nei new romantics sente per la prima volta i flaming lips e decide di cambiare tutto, si costruisce uno studio di registrazione all’interno di una fattoria, musica una sorta di lettera di amore e di addio alla sua band ("friends, greenland is a place where souls go to dry out. it is a vast and terrifying place of ice fields and tundra. bereft of fire and in the horror of its imposing irrelevance – still there lies a sort of peace. the peace of pain, the peace of nothing. well friends, i’m going there"), registra di fronte a un pubblico di grilli mucche e polli la sua musica tutta introversa, inizia ad avere una percezione inconsapevole del violino come noi la possiamo avere del fegato e cioè di qualcosa di appartenente al proprio corpo ma non necessariamente imprescindibile, sperimenta altri strumenti, lavora con howe gelb, si fa produrre da ani di franco un album che praticamente contiene il numero di canzoni di un ep ma racchiude le atmosfere ariose di un disco doppio, gioca sempre più con le parole i palindromi il suo fischio soprannaturale, si avventura in lunghi tour americani portando con sé solo un batterista un violino e una serie di pedali per riprodurre i suoni in loop, poi a un certo punto il passaparola si fa sempre più fragoroso e lui inizia a farsi un nome; e non mi si dica che gesù ha fatto di più.