venerdì 16 dicembre 2011

giovedì, 27 novembre 2008

OETI

la cosa che mi diverte di più ai concerti è guardare l'evento dalla videocamera dei vicini tentando di immaginare come verrà su youtube.

reduce da Sesto Fiorentino l'anno scorso sostenevo snobisticamente che l'unico luogo in cui un concerto di Vinicio Capossela avrebbe potuto assumere una consistenza degna sarebbe stato un teatro. ebbene, come avere ragione tossendo ziqqurat di terra di patate.
l'attuale tour di Capossela si intitola "solo show" dal suo ultimo album "da solo", anche se l'unico personaggio davvero solo sul palco è quel figuro un po' imbarazzante di nome Christopher Wonder, mago-potenziale-disoccupato il cui pezzo forte è avere tatuata sulla pancia la scritta "TA-DA". non ho colto il suo lato divertente ma, e ciò è più preoccupante, non ho colto quello che dice di lui il secondo risultato di google cioè: "designing elegant, controlled, chaotic disasters that unfold beauty before disbelieving eyes". pare inoltre che il 50% della canzone il gigante e il mago sia dedicato a lui, il che motiverebbe il parziale fallimento del nuovo disco.
il fatto avvilente è che io passo il tempo pensando a come rendere in bell'italiano la mia perplessità e nel frattempo magari lui manda i soldi alla nonna malata mentre pensa io non volevo fare il MAGO, io volevo fare l'ingegnere.

comunque, Capossela rinnova il concetto di quarta parete stipulando tra palco e platea un patto di reciproco immaginarsi in un luogo assai più angusto agli inizi del '900.
in concreto: una coltre di fumo spessa COSÌ. si badi, non lo dico in senso negativo, perché per la prima ora di concerto si ha l'impressione di assistere a delle apparizioni (per di più fotografate da Carlo di Palma) di cui ci si spaventerebbe camminando per strada la notte ma di cui invece si gioisce grazie al sereno distacco del palco. ma basta parlare della nuova edizione di "per un pugno di libri".
come accompagnamento appropriato al gruppo ectoplasmatico di ottoni sulla destra c'è un theremin e, cielo, io sul theremin ho reazioni incontrollabili.
un lavoro così ben meditato sulle luci non si vedeva dai decemberists, i quali avevano il rosso sangue che grondava durante the shankill butchers (e pensarci fa ancora male) e verso cui normalmente vanno le mie preferenze perché ad esempio Colin Meloy non ha mai cominciato una canzone dicendo: "apre la strada la vita e l'amore / chiude la strada la morte e il dolore / limpida è l'aria / la palma è tranquilla".
IL PROBLEMA DEL NUOVO ALBUM: se la prima parte del concerto non ha nulla a che vedere con la seconda, è un problema del nuovo album. le ballate non coinvolgono troppo, il singolone fa dire innanzitutto "oh, ecco che fa Nutless!", la regressione intenzionale nei testi appare maldestra ("la palma è tranquilla"???), i discorsi di introduzione che ammiccano alla politica e su cui i miei vicini con la videocamera fanno "uooooooooo" sembrano emessi da Pino, la macchina generatrice di qualunquismi®, ma al ventiduesimo "uoooooooo" inizio a pensare di aver male interpretato.
il punto è che VC (non il più noto acronimo) non è un poeta con la P maiuscola; non è nemmeno un poeta con la P, ma è un intrattenitore e un musicista dall'innata capacità di saper rendere musicalmente coeso un materiale che senza il suo tocco non lo sarebbe mai.
ma le curiose trovate linguistiche che arricchivano i vecchi dischi e culminavano trionfalmente in ovunque proteggi qui appaiono tronfie e un po' fini a se stesse, Capossela sings Capossela, utilizzo di "restato" al posto di "rimasto" come piovesse.
ci sono delle eccezioni sane e gioiose, ovvero i discorsi sull'alcol, il paradiso dei calzini (suonata a un PIANININO), una giornata perfetta (irresistibile, e lo dico senza cattiveria, l'uso di "camicia a quadrettino"; fischiettio catchy degno di always look on the bright side of life; tip tap finale e atmosfere da hello, Dolly, quando è bene citare hello, Dolly perché fa rima con wall-E), e la bellissima la faccia della terra (nell'album, suonata insieme ai calexico), che è un eccezionale blues in cui Vinicio Capossela sings Vinicio Capossela meets Spoon River biblico.
e basterebbero queste - se non che, la seconda metà del concerto (introdotta da quindici minuti di MAGO) si trasforma nel vero freak show preannunciato dal fumo spesso, dalle recensioni positive, e dalla presenza di Christopher Wonder.

in quest'ordine: vengono appesi lungo tutto il palco cartelli con disegni da scatole di fiammiferi anguste agli inizi del 900; dei roadie, tra i quali uno travestito da coniglio gigante (cui giuro amore, se non eterno, durevole), costruiscono estemporaneamente una gabbia; Capossela indossa dei cappelli buffi degni di questo titolo, si fa chiudere nella gabbia, canta brucia troia come di consueto imprigionato nella sua maschera da boe di Ottana, ammesso che il singolare di boes sia effettivamente boe.
il momento che sembrerebbe il più banale (quello dei brani noti a tutti con la gente che si alza in piedi a cantare marajà) diventa uno spettacolo genialissimo e rocambolesco, e una captatio benevolentiae attuata esclusivamente nei miei confronti con un reenactment buffone del dia de los muertos prima di lanciarsi ne l'uomo vivo mi rappacifica con il mondo e con Christopher Wonder.
il gigante (dedicatario al 50% de il gigante e il mago) si chiude nella gabbia con uno scafandro sulla testa e fa le mossette mentre tutte le persone sul palco che non sono ostacolate nel vedere suonano canzoni a manovella. per medusa cha cha cha una molto folkloristica assistente di Christopher Wonder con indosso la ben nota maschera serpentiforme fa altre mossette (sinuose).
nell'encore Capossela sceglie dalla platea due persone cui offre birrini e ospitalità (nella gabbia), suonando come il signore di tutti i pianobar ovunque proteggi ancora più malinconica nella sua nuova incarnazione mutata di tono e di tempo. il pubblico si imbarazza un po' immaginando di spiare una scenetta intima.
e poi c'è un altro momento in cui "sublime" non si dice con una pausa prima e una dopo per fare cogliere tutto il peso culturale della parola e in cui la costruzione architettonica di un concerto con una prima parte decisamente brutta pare assumere un senso: Capossela chiede a tutti di schioccare le dita senza seguire un particolare ritmo e si mette a suonare nella pioggia. molte dita schioccate, all'interno di un luogo angusto agli inizi del '900, sono davvero pioggia; a dimostrazione del fatto che non bisogna cantare di maghi o munirsi di maghi per saper creare qualcosa di bello. e questo, al contrario di quello di Capossela, è un altro finale del cazzo che inizia con una congiunzione per il vostro gradimento.