
un interessante numero di persone a Colchester pensava che fossimo creature mitologiche, perché a quanto pare non è mai capitato che qualcuno si recasse a Colchester per un concerto in un locale con capienza massima di 150 persone di cui non avesse il biglietto. io questa predisposizione d'animo non la chiamo "creatura mitologica", ma la chiamo più volentieri sprovvedutezza e/o essere tonti, poco importa che gli sprovveduti tonti abbiano distrutto il mostro finale e abbiano vinto. abbiamo vinto.
e non è che abbiamo vinto un fine settimana nell'assolata campagna inglese, o un tour nel castello normanno meglio conservato d'Inghilterra, abbiamo proprio vinto i Blur.
i Blur: i musicisti quarantenni meglio conservati d'Inghilterra.
un passo avanti: l'East Anglian Railway Museum si trova in una frazione dal nome elaborato in provincia di Colchester ed è, come dice il nome stesso, un gioiello di museo sulla storia delle ferrovie oltre ad essere il luogo in cui i Blur suonarono una ventina di anni e una svariata serie di milioni di dischi venduti fa.
non è, al contrario, una ideale venue per concerti. non che l'acustica non sia ottimale, ma scoraggia l'idea di attraversare la minacciosa campagna dell'Essex per raggiungere un luogo i cui unici poli di civiltà sono una stazione dei treni semidimenticata, un pub chiamato "The Swan" e un ufficio postale. la minacciosa campagna dell'Essex a giugno è tutta soleggiata, ha dei piccoli campi separati da file di cespugli bassi, e la gamma di pericoli che offre va da piccoli insetti disgustosi alla possibilità di scottarsi le spalle.
e a sconfiggere questi rischi c'erano proprio tutti. c'erano i Blur che si abbracciavano, c'erano i piccoli Blur che si rincorrevano e c'erano i nonni dei piccoli Blur che li sorvegliavano attenti. i piccoli Blur, dai sei ai dieci anni, sono la generazione più sveglia che si trovi al momento: guardano perplessi gli sparuti gruppi di fan chiedendosi come mai ci sia da dimenarsi così tanto per un quartetto di zii e babbi imbolsiti. ed è vero, con i Blur sono invecchiati anche i loro fan. io stessa, quando avevo 15 anni e andavo ai loro concerti (che non è nemmeno troppo tempo fa) non li vedevo mica, i telefonini che filmavano i pezzi più belli!
siamo invecchiati, imbolsiti, e abbiamo paura di muoverci troppo perché la gente potrebbe pensare che siamo estimatori frivoli. tutto questo si dimentica più o meno all'attacco di she's so high, su cui persino il salvifico e amorevole Smoggy si mette a cantare, ben vigile a lato del palco. il tempo si ferma letteralmente, ma ciò che differenzia la riconciliazione dei Blur da una riconciliazione standard in cui vengano riproposte le glorie del passato è che tutte le esperienze collaterali che i quattro hanno vissuto in questo periodo di pausa vengono messe da parte ma, non si sa come, si solidificano nella tessitura sonora: i Blur suonano i Blur, si comportano come i Blur, c'è persino una melodica sul palco, ma Albarn non si confonde mettendosi a fare i Gorillaz.
eppure non è un'operazione bellissima da vedere ma cristallizzata nel tempo-che-fu, l'emozione e l'entusiasmo che corrono crudi anche sotto la pelle dei pezzi più 90's (jubilee, girls & boys) riposizionano l'esperienza in una dimensione attuale.
e poi ci sono loro: Dave Rowntree si stanca ma non perde un colpo, perde invece l'udito, almeno a quanto MI HA DETTO;
Graham Coxon si porta dietro uno stuolo di pedalini, si lancia in sforbiciate impeccabili, si presta ai cori di country house, ride persino;
Damon Albarn ha ancora quella voce, saltella instancabilmente, sanguina e talvolta si avvicina a Coxon e gli suona accanto in quei momenti d'amore e cameratismo semiclashiani che provocano nella platea un "awww" vasto centocinquanta persone. suona anche la coda di beetlebum a un centimetro dal mio naso, per essere a un centimetro dal mio naso avrebbe potuto trovarsi anche a Civitavecchia, ma qui viene inteso come "molto vicino". si butta tra la folla e riemerge illeso e raggiante;
Alex James, qualcuno ha capito cosa è successo ad Alex James? Alex James conserva, ben nascosto in uno degli ampi locali della sua casa nelle Cotswolds, un ritratto che sta invecchiando per lui - infatti è un diciannovenne che non suda. o meglio, non si preoccupa della traspirazione. si erge statuario quasi sempre in mezzo alla folla, e oltre ad essere finalmente diventato un bassista eccellente, fa anche dei giochetti eleganti come ad esempio arrampicarsi sugli amplificatori, suonare tender come se avesse un contrabbasso, con il basso perfettamente perpendicolare al terreno, o puntarne la paletta a terra, quasi dovesse aprire in due il palco, come accadeva in quel film con chi era? Mosè.
la scaletta consta delle seguenti canzoni, che vengono elencate qui in ordine di album:
- she's so high (che è anche il primo pezzo al concerto)
- there's no other way
- popscene, che è al solito uno dei punti più alti e che, messa in encore prima di song 2 e advert, è la vera bomba ad orologeria che smuove il pubblico e aziona tutto un meccanismo di protendersi e distruggermi le gambe
- for tomorrow, stranamente non una delle migliori, ma con parti di chitarra sorprendenti e i pianti doverosi sulla parte di Primrose Hill
- colin zeal, che Albarn dedica al mio account di splinder
- oily water: su entrambe oily water e colin zeal ritorna l'uso del megafono, che non si vedeva più o meno dal 1995, il che concorre a dare l'impressione di "Blur gruppo di universitari che suona davanti a piccola platea di universitari", e avrà lo stesso effetto tra tre settimane ad Hyde Park
- advert
- chemical world, su cui la chitarra si guasta e comincia ad emettere la stessa nota stridente, al che Coxon si aggroviglia tra pick up e corde per zittirla, mentre gli altri continuano ridendo
- sunday sunday con la steel guitar, che è una delle due cose su cui si sperava maggiormente, l'altra è la lunga voce dedicata a Quell'assolo
- girls & boys
- tracy jacks (but he's getting past forty / and all the seams are splitting)
- end of a century con l'abbraccio Albarn-Coxon, il coro di "awww", la brevità idilliaca
- badhead
- parklife, con l'immancabile Mike Smith che estrae un sassofono
- to the end, con l'immancabile Mike Smith che estrae un oboe (prima della canzone viene chiesto da qualcuno nella platea quante persone fossero presenti al concerto nel lontano 1988, e Albarn comincia a rispondere facendo la conta dei suoi parenti con le dita, ma viene interrotto dalla band che, presagendo il discorso interminabile, attacca con to the end. tutti ridono.)
- jubilee
- this is a low è una malinconica dichiarazione d'amore all'Inghilterra che, se ben ricordo dai miei studi, Albarn scrisse afflitto dall'ernia. si ringrazia l'ernia. this is a low presenta anche un assolo di chitarra fluido e ben integrato nel contesto per cui si inviterebbe chiunque ad assistere a un concerto dei Blur. l'assolo è Quell'assolo, ed è difficilmente dimenticabile.
- country house
- e charmless man sono i due capitoli più vituperati dai Blur nella loro storia, vengono affrontati coraggiosamente, con coretti catchy, pubblico che conosce ogni verso, e tutto al proprio posto.
- the universal con il suo "it really really really could happen" è messa simbolicamente in chiusura. ed è potuto davvero succedere.
- beetlebum
- song 2
- essex dogs, in ballottaggio con sing, e richiesta su alzata di mano. sarebbe stato emozionante ascoltare anche sing, ma essex dogs resta uno dei pezzi più belli mai scritti anche al di fuori dal discorso blur, così oscuro, troppo lungo, imperfetto, impenetrabile com'è. oltretutto suonarlo nell'Essex, con tutti gli insetti e i pericoli che riserva, è di grande suggestione.
- tender, con i cori di Coxon, con un a cappella finale emozionante, con Alex James e il suo finto contrabbasso, funziona al solito come anthem-collante di tutto. dura tantissimo, è una facile suscitatrice di emozioni, ma una facile suscitatrice di emozioni sincere.
- coffee & tv: sì
- trimm trabb, scritta in scaletta come trimm trab, e ci sarebbe molto altro da dire.
- out of time
- battery in your leg, in cui Coxon si comporta un pelo meglio del povero Simon Tong e ci mette dei bassi che si situano nel segmento emozionale tra "una cosa su cui piangere subito" e "una cosa su cui riflettere e piangere dopo". l'espressività musicale di GC è di un livello raramente raggiungibile nella musica leggera, ed è sicuramente una delle componenti a rendere questa reunion non una semplice riproposizione di canzoni di cui si sanno le parole. quando si dice la coincidenza, il giorno in cui io vedevo tutto questo veniva pubblicato il mio pezzo sull'ultimo disco solista di Graham Coxon. gli ho dato otto.
l'organizzazione dei brani è grosso modo per album (ecco un commento su midlife: a beginner's guide to blur), e sono stranamente i dischi più recenti a venire trascurati. non è un male: vedere i Blur che, valicati i fantasmi personali, ritornano al nocciolo delle proprie canzoni e le svestono di tutti gli strati di tempo e disappunto che vi si erano depositati sopra, ha un effetto anche sui centocinquanta apprensivi nel pubblico. i Blur con funzione autoapotropaica. si sta esagerando? NO!non è più Albarn, il punto focale, ma tutta la band. sarà che per un palco di non più di tre metri non separato da transenne è piuttosto facile concentrarsi sull'insieme, ma non c'è mai stata questa coesione, questa voglia di fare. speriamo continui, se non altro fino ai concerti di Hyde Park.
la mattina dopo era domenica e c'era sole e tutta Colchester era deserta, figurarsi la campagna dell'Essex. se tutta Colchester non fosse stata deserta, la gente sarebbe stata fiera di noi e ci avrebbe lanciato sguardi misti di invidia e orgoglio. in mancanza della possibilità di mostrare il mio braccialetto d'accesso giallo acceso con scritto "blur", ho cantato al nulla let's all go down the strand, questo fino a che un signore non è uscito dal suo locale di affittacab dall'altro lato della strada e ha dato uno sguardo e io mi sono messa una mano sulla bocca e ho detto "ODDIO!!!" e ho pensato che se non altro non aveva la maglietta degli Oasis.
e comunque vaffanculo, sono tornati.