l'estragon deserto è una larva di alluminio ripiegata su un prato enorme, poco distante dai tendoni da circo e dalle roulotte. l'estragon deserto è un film di lynch senza i primi piani.
quando comincia ad infoltirsi di quel non so che di brulichio indie, l'estragon cambia completamente volto e diviene un grande organismo di convivialità e sagra-della-porchetta.
indagine sociologica sul complesso "decemberists":
è ovvio come un gruppo timidamente semisconosciuto debba, nel momento in cui un medio successo (grande per i parametri di indiesconosciutezza) lo assale, sapersi riciclare e saper trovare una formula capace di unire per almeno due ore aficionados e un più vasto pubblico.
i decemberists come gruppo ma soprattutto colin meloy come frontman hanno saputo districarsi abilmente tra queste sottili reti del successo inaspettato attraverso mezzi più o meno populisti di accattivare la folla.
ma alla fine dei conti:
chi se ne importa, se in fondo essi sono dio!
ci si lagna quando un giovane con una chitarra si lamenta immobile sul palco e ci si lagna quando la folla è chiamata ad intervenire. io dalla mia ho detto a jenny conlee che penso seriamente che essi siano dio.
la scaletta consta di poco più di tredici canzoni (considerando the island, come and see/the landlord's daughter/you'll not feel the drowning come un brano a sé) eppure sembra non finire mai. sul palco ci sono la bellona, facciadagallo, barbuto, trottolone amoroso (nonché il dio della ghironda), una violinista cioè la violinista dei talkdemonic, colin meloy con una giacca assolutamente pacchiana.
ma vogliamo parlare di quest'uomo che quegli sporchi italiani paragonano vocalmente a ramazzotti?
tutto si giostra in chiave giocosa, tanto che la continua tensione dello scambiarsi strumenti appare priva di peso. è un peccato che il basso sia così poco trascinante in the crane wife 3 dal vivo.
meloy ha un carisma tale da convincere il pubblico a:
- dividersi a metà per sfidarsi a colpi di "la di da" durante una 16 military wives infinita, improvvisandosi lui come direttore di un'orchestra improbabile invasata dal dio e dall'alcol (che tu sia dannato sempre, tizio drogatissimo che urlava have fun, poiché mi hai coperto la visuale in un momento di deliziosa coralità)
- suonare la sua chitarra e toccare la sua giacca pacchiana come reliquie veramente molto sante
- cantare fino allo sfinimento "here all the bombs fade away"
- sedersi in terra e fare silenzio mentre lui, sul palco, risveglia con le dita gli altri cinque decemberists dopo averli addormentati o uccisi (notevole la performance di facciadagallo, caduto morto in un tutt'uno con il suo contrabbasso)
ed è indubbia la captatio benevolentiae un po' piaciona, ma ho visto milva cantare brecht questa sera ed improvvisamente si sono creati cento parallelismi nella mia testa, fisarmonica a parte. c'è una intrinseca epicità (nelle accezioni più o meno brechtiane/più o meno classicheggianti del termine, insomma in tutte le accezioni), un ricongiungimento più che convincente al teatro nella musica o alla musica nel teatro.
i decemberists dipingono dei piccoli quadretti per ogni canzone, ed i personaggi che ne fanno parte sono tangibili sul palco tanto quanto i musicisti stessi o, per dirla in maniera più concreta, quanto la giacca pacchiana di colin meloy.
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un paio di note, ancora:
- shankill butchers spaventosa, affogata nelle luci rosso sangue
- "like a fool" in o valencia cantato con il sospiro e il sorriso che ci si immagina ascoltando il disco
- how she twists and twirls!
- yankee bayonet senza laura veirs ma bella in ogni sua manifestazione
- attendo con fiducia di ritrovare tal filippo, il quale ha immortalato colin meloy e chris funk nell'atto di suonare l'uno la chitarra imbracciata dell'altro. estremamente rock.
- virtuosismi con una dodici corde