venerdì 16 dicembre 2011

martedì, 09 dicembre 2008

L'amore ai tempi della gente che vomita

poniamo "totale" come aggettivo giovane in sostituzione di "ganzo".

a vedere monkey: journey to the west c'erano moltissimi cinesi e buddisti. io, che non sono cinese né tantomeno buddista, ho riso, ho pianto un po', ho trattenuto urli stupiti, ho anche fatto dei piccoli saltelli sul posto.

facts per i meno pratici di wikipedia - monkey: journey to the west è l'adattamento teatrale di una favola edificante cinese del sedicesimo secolo che, nella forma in cui si trova attualmente, unisce insieme fantasy, Singspiel, opera barocca, circo, wuxia, avventure grafiche, folklore acrobatico cinese, e questo non perché mi piace usare tanti termini stranieri per definire le cose.
mi sbilancio: monkey (che abbrevierò d'ora in poi con appellativi graziosi tipo "il musical delle scimmie" o "find your AIM Buddha") è persino un'opera importante, nella misura in cui rinnova e rimescola i generi con una coesione portentosa che non permette mai di cogliere le potenziali discordanze inerenti ai generi stessi.
se questo è possibile, lo si deve a una altrettanto portentosa squadra di lavoro, ed è una squadra di lavoro che contiene il nome "Damon Albarn", alfa ed omega dei trottolini amorosi, futuro padre dei miei figli, e uomo con una maturità musicale degna di un applauso lungo quanto la durata dello scioglimento dei blur. di questo si parlerà diffusamente più avanti. intanto,
sinossi per i meno pratici di wikipedia - Monkey (noto negli ambienti alti come Sun Wukong o anche "scimmio") è, quando si dice le coincidenze, una scimmia antropomorfa (in tracksuit gialla) che è nata da un uovo di pietra e che viaggia impertinentemente per il mondo alla ricerca di immortalità, poteri e armi magiche. fino a qui, tutto molto simile a "the island". la differenza è che dopo avere portato scompiglio ad un banchetto in paradiso, scimmio è trattenuto dalla manona di Buddha per cinquecento anni, e in seguito incaricato di accompagnare il castissimo e devotissimo monaco Tripitaka (interpretato da una DONNA, a sottolineare la purezza e il cross-gendering) e il suo cavallo in un viaggio verso l'India per portare le sacre scritture in Cina. sulla strada, Monkey e Tripitaka sventeranno pericoli (un demone che vuole mangiare Tripitaka, una donna ragno che vuole fare più o meno lo stesso, una principessa dal nome estroverso di "principessa del ventaglio di ferro" e la sua potentissima schiera di uomini che volano armati) affiancati da due personaggi coloriti e ben caratterizzati, figure di alto rango spodestate e in cerca di espiazione che si chiamano Pigsy e Sandy, per comodità maialo e sabbiolino.
link per i più pratici di wikipedia.

ci sarebbe un discorso piuttosto lungo sul fatto che personaggi che peccano o hanno peccato accompagnano e difendono un monaco senza pecca che potrebbe peccare, ma mi pare meno ovvio soffermarmi sui caratteri esteriori, in quanto costumi, maschere, animazioni e apparato scenico sono tutti ideati da Jamie Hewlett, che adatta senza compromessi il suo stile inconfondibile al lavoro visionario del regista (e drammaturgo) Chen Shi-zheng, e qui occorre una importante digressione su come tre personalità tanto distinte riescano a fondere insieme il proprio lavoro ottenendo un risultato che se non fosse così assurdamente offensivo nei confronti della lingua italiana definirei con la parola "grazia". ma Vinicio Capossela ha saputo scrivere di peggio, quindi "grazia".
ed è tutto vero, perché i protagonisti sono dei cartoni, sono i gorillaz rinnovati senza un telo che li separi dal pubblico, ma sono anche molto di più perché l'insieme di coreografie (stupende) e scenografie (di più) è indescrivibile dal vivo e mai riducibile a "stile cartoon", e c'è un momento, all'inizio, in cui l'animazione proiettata su uno schermo, con la scimmia che nasce dall'uovo di pietra, scompare gradualmente e un sipario dietro allo schermo si apre e compaiono le scimmie vere, che fanno arrampichina sulle liane attraverso una serie di acrobazie maestose; e c'è un momento in cui l'animazione si trasforma negli abissi del mare, e sullo sfondo c'è disegnata una balena scorticata, e sul palco è tutto un brulichio di stelle marine che cantano e pesci e vegetali marini languidi e tipe cinesi che fanno gli esercizi con gli ombrellini e questa è esattamente la resa scenica della mia idea di paradiso-se-esistesse, cioè di un mondo senza gente che legge gli adelphi in strada cercando a tutti i costi di mostrare il titolo.

non si può nemmeno dire che lo slancio creativo si esaurisca in una grande inventiva nel creare "maschere da cartoon già visto" o "cinesi agili molto folklore", perché la messa in scena è curata estenuantemente sotto tutti gli aspetti, che si tratti della caratterizzazione di ognuno dei personaggi, anche e soprattutto di quelli secondari (ma sono memorabili le camminate di tutti i protagonisti; e scimmio fa suoni da ricordare nei secoli a venire; memorabile è anche quel signore coi capelli rossi in strada verso Tottenham che ha platealmente sfottuto il fatto che imitassi scimmio all'aria aperta), o che si tratti delle luci (si rabbrividisce quando i morti uccisi da scimmio sono racchiusi in una luce blu, mentre gli illuminati dal buddha sono delimitati da un cerchio di luce bianca; ci si spaventa quando si è investiti da quelle luci stroboscopiche del buddha che arriva invocato, anche perché il buddha che arriva invocato spaventa sempre un po'), o che si tratti di espedienti intenzionalmente poco illusori (uomini che trasportano il drago minaccioso che ha mangiato il cavallo di Tripitaka).
Chen Shi-zheng, inoltre, è dotato di un tocco brillante e molto concreto che bada attentamente a non trasformare nulla in uno spettacolo da circo fine a se stesso e ogni numero, per quanto mirabolante e funambolesco sia, è sempre finalizzato a raccontare parte della storia, che si sviluppa in piccoli quadri circensi staccati ma ben legati tra loro anche grazie al potere di coesione delle animazioni.

tutto è talmente minuzioso da risultare persino irritante, e lo sarebbe davvero se non fosse contrappuntato da musiche che al primo impatto non hanno alcun legame con la storia raccontata ma sono invece radicate e rielaborate dalla tradizione.
se questo fosse un film ora la mdp riprenderebbe Damon Albarn, si sposterebbe su di me che dico "sigh", e poi tornerebbe su Damon Albarn soddisfatto. e non lo dico soltanto per via dell'introduzione che ne ho fatto prima, ma avendo il futuro padre dei miei figli acquisito un impressionante bagaglio di esperienze disparate, è in grado di rielaborarle in una forma che non appare assolutamente come "Damon Albarn prova il musical, incespica", ma sembra invece LA COSA VERA, gli esiti di uno studio che non prende le mosse dalle ragioni del folklore, che non ritiene i cinesi "carini", li guarda anzi circospetto, forse non li comprende del tutto (ed è per questo che l'opera non viene tradotta, se non con dei sovratitoli poco molesti) ma che forse proprio per questo si trasforma in un linguaggio che direi "universale" se non fosse davvero troppo anche per il mio entusiasmo.
e così tra gli irrinunciabili voli pentatonici fanno capolino le origini (il valzer strisciante della donna ragno deve tutto a the debt collector e, in generale, ai b-side circensi di parklife), i gorillaz (il basso in: scimmio che parla con il re drago/mercante d'armi negli abissi del mare; scimmio che litiga animatamente con la "principessa del ventaglio di ferro"), e degli antenati illustri (l'attacco dei demoni mangiacarne è chissà quanto inconsapevolmente un omaggio plateale agli archi percussivi della danza delle furie in Gluck; Francesca mi cita invece il Leitmotiv e Wagner, teoria che mi ha talmente affascinato che se non fosse perché non voglio sprecare questa buona battuta spaccerei come mia).
l'orchestra è minimale e ben diretta, i coristi cinesi galvanizzati cantano più o meno come qui, c'è un'ammirevole compenetrazione di antico e moderno anche tra gli strumenti; ne è prova l'utilizzo immoderato dell'ondes martenot, che oltre a rendermi gioiosa è perfetto per evocare le profondità oceaniche e gli animali languidi che le abitano. persino il direttore d'orchestra salta su e giù per l'emozione.
e c'è un altro momento, successivo ai ricongiungimenti con il buddha e all'illuminazione e alle varie burocrazie spirituali che piacciono molto ad alcuni miei vicini di posto di cui non faccio il nome, che vale la pena di ricordare per sempre, ed è quello in cui uno stuolo di ballerine vestite da campo di fiori compare sulla scena ruotando dei piattini-petali, e Damon Albarn si trasforma in Nino Rota. questa è una cosa cui ho creduto davvero, altrimenti non mi sputtanerei nell'impennare i referrer di questo blog citando Fellini.
sarà che non ho ancora visto twilight, ma monkey: journey to the west mi è parsa una delle cose meglio riuscite di sempre. se Wagner vedesse monkey: journey to the west direbbe: opera d'arte TOTALE.