La west coast, l'Adda
nel punto cruciale di un incidente topografico da poco tramutato in città, all'incontro tra il bitume della provincia milanese e il bitume della bergamasca, sorge l'Amigdala Theatre che, al di là di tutte le premesse, è un posto bello con un bar accogliente e le proiezioni lungo i muri.
ciò che viene proiettato in questo tipo di serate e non credo sempre all'Amigdala Theatre è una serie di panoramiche di paesaggi tutti verosimilmente statunitensi fra cui si fanno strada spintonando anche le painted ladies: questa serata odorerebbe di San Francisco almeno fino a GREZZAGO, non fosse che i Fruit Bats sono di Chicago e gravitano intorno a quell'etichetta là di Seattle, eppure fanno la musica spigolosa di San Francisco senza che la suggestione derivi dal fatto che una foto del Golden Gate nella nebbia sta venendo proiettata alle loro spalle.
spigoli, ma non come al solito privi di nucleo - i fruit bats fanno un pop splendido venato di una noncuranza di fondo per i generi.
risultato: nulla viene stretto in schemi rigidi, e il meglio sono i pezzi up-tempo divertiti ed energici dell'ultimo album e i momenti in cui il frontman intellettuale si sposta dalla chitarra alle tastiere, ma anche le ballatone solo chitarra e batteria come beautiful morning light colpiscono con le loro liriche che sembrano trovarsi sul precipizio dell'eccessivo e poi si ritraggono e rimangono bellissime.
la maggior parte dei fruit bats è alta 10 metri, alcuni sono alti un metro. altezza media: 6,2 metri.
unica pecca: è ovvio che trentadue persone sedute nei divanetti agli angoli non facciano una folla coinvolta, ma si percepisce un po' di distacco. è importante? se il set non fosse stato entusiasmante sì, così non tanto.
una parentesi: io è dal 2007 che avevo perso di vista i Vetiver. come mai? non si capisce. chi mi ridarà il nostro tempo insieme che ho perso? che cosa avevo di più importante da fare? PULIRE LO SPAZIO TRA UNA PIASTRELLA E L'ALTRA?
i vetiver dal vivo sono un evento. non nel senso che fanno qualcosa di nuovo, o che sono vestiti da hippie (i vetiver infatti sono vestiti da impiegati), ma costruiscono tessiture sonore di una densità tale che è praticamente impossibile immaginarsene una fine. i vetiver fanno la musica ETERNA. di tutti i tipi: Andy Cabic traccia una linea diagonale sul foglio della musica nordamericana tutta, e non si preoccupa di tradirsi mentre passa dal prediletto folk al rock psichedelico al rockabilly spudorato al country con le armoniche a bocca ai brani cheesy. Devendra Banhart, ma si ha il sospetto che: pure meglio.
al momento del bis tre coppie si mettono a ballare nel parterre deserto e dissipano l'atmosfera di desolazione che non ci doveva essere a Zagabria (i vetiver infatti hanno una sterminata schiera di estimatori a Zagabria).
Andy Cabic mentre canta ha un'espressione incredibile, a metà tra il disgusto totale e lo stupore per il creato.