mi stupisce l'indifferenza del passaparola indie nei confronti di elvis perkins, validissimo songwriter (si usa ancora dire cantautore?) nonché sottovalutatissimo figlio d'arte.
per l'angolo del gossip, elvis perkins è il figlio di anthony perkins - aka norman bates che morì, nella vita reale, non a causa di una serie di orribili sequel di psycho bensì per una malattia meno seria cioè l'aids - e di berry berenson - attrice e fotografa che l'11 settembre del 2001 atterrò con l'aereo nelle torri gemelle.
questo preambolo apparentemente inutile è doveroso perché in un certo senso la sua vicenda personale è inscindibile da ciò che lui scrive, e l'autobiografico straripa da ash wednesday (uscito definitivamente a febbraio, con alle spalle più quattro di anni di lavorazione, autopubblicazioni e tira-e-molla con varie etichette discografiche) in una maniera onesta e non artificiosa.
insomma, elvis perkins il fortunello che fa sua la lezione di d.h.lawrence (the cataclysm has happened, we are among the ruins, we start to build up new little habitats, to have new little hopes) non lasciando da parte il tragico ma lamentandosi senza lagnarsi, con una credibilità resa dai testi originali, non banali, talvolta trasognati e pieni di una speranza disperata.
i due indiscussi inni del disco, while you were sleeping e may day, durano insieme undici minuti, e saziano ma non stancano grazie alla loro coralità, alla solennità delle parole e degli ottoni - ragione principale per cui l'accostamento a bright eyes di i'm wide awake it's morning non è solamente un'invenzione della critica.
elvis perkins ha dalla sua liriche più varie e «not morose in their depression» (si dice qui), conor oberst ha dalla sua una più ampia gamma di sonorità, una decina di album all'attivo, e un influente giro di amicizie.