venerdì 16 dicembre 2011

venerdì, 7 aprile 2006

come together now for one
enchanting / thrill

talvolta sembra che tutto cospiri per andare bene.

di jeffrey lewis tutto si può vedere e sentire, ma non si tratta di comprensione vera fino al momento del - dal vivo -, nel quale i nodi nonché i dubbi riguardo a un'improbabile interazione tra musica e fumetto giungono al pettine.
jeffrey lewis ha la testa da paggio e l'andatura da villano di una sempre presente america rurale, eppure è un nomade autodefinitosi hippie punk in declino, ha casa a new york e la sua comicità nulla ha a che vedere con quella volgare e sguaiata dell'america del nord.
non si cura di richiamare l'attenzione di un pubblico che è ancora erroneamente convinto che chi suona l'antifolk debba anche essere provvisto di roadie: presentando il suo primo film a budget molto basso inizia a voltare le pagine di un fumetto mentre canta un motivetto infantile. lui, sta raccontando una storia, quella della creatura a forma di mano sua amica. e, senza stacco alcuno tra un'elettroacusticità e l'altra, anche la complete history of communism ricolma di disegni di marx, lenin e trotzkij fuggito in messico da frida kahlo. i suoni pieni e l'umorismo gentile sembrano far parte di un gioco di complementarità (cit. i nostri eroi, nuovamente) con la figura più ingombrante e scurrile di adam green.
jeffrey lewis, con suo fratello jack, si diverte un mondo. sembra non voglia nemmeno accorgersi che, dopo una manciata di minuti, sia giunto il momento di andare via.

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irriconoscibile è jack dishel (stipplicon, moldy peaches) nella sua ultima incarnazione (only son), che lo vede abbandonato, chitarra alla mano, su un palco troppo grande, a fronteggiare una folla troppo impaziente. i suoi quattro pezzi mostrano grande abilità compositiva e un songwriting incomprensibile causa l'accento bizzarro e il parlare del pubblico; tuttavia verranno dimenticati presto.

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è poi la volta di quella che dovrebbe essere la stellina antifolk della serata, che si trascina sul palco tra le grida di un pubblico scomposto. adam green è sfinito dall'ubriachezza e dall'instancabile ritmo lavorativo acquisito nel duemilaquattro e mai più abbandonato. nonostante questo, la sua voce resta magnifica ed inattaccabile, eccezion fatta per qualche falsetto introdotto di proposito per sfoggio di virtuosismo e maestria.
adam green è un meravigliosissimo cazzaro.
comincia con vultures e non vuole finire più; improvvisa gruppi interi di versi contrastato dai presenti, che conoscono tutti i ritornelli e molte delle parole più semplici a memoria. l'esilarante assecondar perplesso tipico della sua band nel duemilacinque viene meno anche a causa della sostituzione di chris isom, e la tanta magia di un menestrello buffone che ammicca a dostoevskij e a far l'amore con le donne senza gambe sembra svanire tra l'inerzia di un disco incerto e una folla senza inibizioni (invasioni del palco con danze da tiaso e baci nella bocca) o scrupoli (il continuo gridare 'who's got the crack!', seguito da una pronta risposta con occhiata torva al panorama mainstream 'i can't play it without kimya, it's a promise. we played in milan five years ago, where were you back then? i don't think i've seen any of you there').
ma, pur nella sua stanchezza e nel suo non-esserci interamente, adam green sembra voler tentare di mettercela tutta, tra improvvisazioni e cover stentate con l'acustica (where it's at; louie louie; what a waster, sempre la più debole nel repertorio e sovrastata da grida quali 'dov'è pete?? pete, lascia la katia deh' et al.), graziose marcette, notevoli riproposizioni dei pezzi di garfield, balletti improbabili da tacchino, slanci di una voce sempre più degna del raggiungimento del suo ambizioso traguardo baritonale e il culminare nella nota più azzeccata di tutto il concerto, una memorabile computer show con tasselli di parole inseriti a casaccio e un finale con voce robotica che via via abbandona il palco come il migliore dei congedi.