ho conosciuto nina nastasia nel 2002. avevo scarica*o una piccola parte di a love song.
da quel momento ho ascoltato nina nastasia in diversi momenti: a casa, in viaggio per la svizzera, al mare. quattro anni fa l'avevo portata a scuola e a chiunque domandasse cosa stessi ascoltando porgevo un auricolare senza alcuno snobismo di persona che dice "senti la gvazia del violino, il visultato d'insiemee". in effetti, ero ignara del potenziale folkettone contenutovi, e tuttavia ne percepivo un'appartenenza viscerale.
questo è il principale motivo per cui qualche giorno fa sono tornata a casa.
lei è bellissima mentre sale sul palco con delle calzette improbabili sopra una decina di centimetri di tacco. ha delle dita estremamente veloci che non sembrano sfiorare le corde ma paiono invece emettere autonomamente suoni che vanno dal "cupissimo" di pezzi che fioriscono nelle esplosioni isolate delle percussioni o del brontolio rumoroso del violoncello (i say that i will go, underground) al "cristallino" delle canzonette d'amore (oh my stars, a love song, our day trip), meno di un minuto di suoni e illusioni che rasentano il twee senza scomodare il pop, sempre memori della produzione scarna di steve albini.
pur sempre minimale negli orpelli, nina nastasia non è più sola sul palco, è circondata da cinque polistrumentisti indierocker trentacinquenni americani, dei quali tre sono anche il gruppo spalla, dei quali uno somiglia alla copia ingrassata del nonno di conor oberst e un altro è sicuramente andrew bird che si camuffa dietro a una barba coltivata à la soggy bottom boys per l'occasione. io al momento vedo il profilo di andrew bird anche sullo scarico del lavandino, ma potrei giurare che era lui.
la grazia e la forza che convivono in questa minuta sorta di porcellana dalla faccia un po' moldava sono tanto estreme da sfociare in una quasi violenza spigolosa data anche dal sommarsi dei vari strumenti, dall'ossessiva cacofonia del pianoforte, che compare inaspettato, quasi malvoluto, eppure crea l'atmosfera talvolta angosciante, talvolta semplicemente sospesa di gran parte delle canzoni più riuscite del concerto.
l'encore è breve eppure è composto da due tra i brani *lunghi*, forse i più delicatamente distruttivi o distruttivamente delicati dell'intero repertorio: underground e ocean cominciano entrambe con un bisbiglio e in coda fracassano tutto. è impressionante come riesca ad apparire credibile, non patetica ed anzi assolutamente coinvolgente una donna che, con voce straziata ma ben misurata e non sguaiatamente teatrale, dice di sradicare case alberi città diventando gigantesca, affogando chiunque con il pianto.