venerdì 16 dicembre 2011

domenica, 16 luglio 2006

- gogol bordello: o gogolbordèèlogypsypoonks. ventiquattro, trenta minuti di divertimento un po' folle e casinaro. se ne desiderava di più. molta, moltissima energia e una grande presenza scenica quasi teatrale: le due donnine chiamate a intervalli irregolari, i tamburi matti, il vestiario da gitano del bronx del cantante coi baffi e un gran naso, "oh ma il vecchietto ne ha d'energia", russo bulgaro serbo forse moldavo?, bregovic meets grappelli zingaro meets i clash, contaminatio non nuovissima ma fresca e piacevole.
- caparezza: quasi dio.
- la phaze: quasi dio bonino (cit.) (da joyce, eh) (giuro)
- manu chao: nonono n non è che i suoi brani ripropongano tutti lo stesso schema, è che i brani sono tutti lo stesso brano. lento reggae contaminato che poi diventa ska degli immigrati tutto saltelli fino alla una senza una pausa senza un encore senza che nessuno richieda un "encore". se non c'è la parola corazon c'è yoyoyoyo o il coretto da stadio. comprensibilmente accettabile per chi beve solo vino scadente e canta seven nation army conoscendola solo con il testo alternativo di siamo i campioni del mondo. manu chao è il terrore di torino.
- sons and daughters: "ha un vestito molto sobrio", più sonori che in disco. un po' simpatici un po' i figli di pj harvey e john parish con la frustrazione e la consapevolezza di poter fruire di una voce femminile meno valente e della strada spianata dai due kills qualche anno fa. emblematico dell'essenza del gruppo il fatto che avevo scelto di andare per loro e il giorno stesso avevo dimenticato che fossero in programma, motivo per cui sono seguiti i
- franz ferdinand: davvero bravi! io, giunta con il grande riserbo dell'estimatore indie-vecchio stampo che storce il naso, ho invece ballato per moltissimo tempo. la previsione era quella di un gruppo statico che si limita a fornire il pacchetto completo delle canzoni come confezionate su disco, e invece è con stupore e maraviglia e anche un ricredermi genuino che - dopo un quarto d'ora di generale incertezza da parte del poco pubblico con il medesimo nasino storto mio e da parte del gruppo stesso, ancora freddo e distaccato - ho potuto constatare che i franz ferdinand sono un complesso divertente e - nei limiti dell'inglesità cosiddetta indie o new rock n roll revolution che dir si voglia - originale e con grande voglia di fare (in contrasto con v. parentesi dedicata agli strokes). una bella ciao suonata come captatio benevolentiae e pure evitabile avendo essa le sembianze di "hey, l'ho visto fare al grassone al primo maggio" o di quei ragazzotti che vanno a vedere i diari della motocicletta e comprano la maglietta di che guevara al banco dei popcorn.
grande giubilo alle note di darts of pleasure (ich heiße superfantastich! ich trinke schampus mit lachsfisch!), take me out, jacqueline, eleanor put your boots on - per quanto riguarda questa, grande giubilo almeno da parte mia - stupenda sovrapposizione di percussioni a fine concerto con ben quattro (quattro) batteristi ed uno solo legittimo. nel mentre di walk away forse, o forse qualcos'altro, il fattore esterno di più grande distrazione del globo quando, in seguito a fugace visione, ho scoperto la succursale del cuore o di tutti i cuori nel mio polpaccio.

ma che sorpresa!
sorpresa relativa alla mente in cui è stata concepita dopo che era stata colta un'immagine soltanto per metà. ma dal sobbalzo ingiustificato si capisce che, nonostante i risvolti del caso, un volto è amato non quando è bello ma quando contiene qualcosa. un volto è un sacco di parole. ma un volto somigliante risolve più di mille parole in un sol colpo. e soprattutto può farlo un abbraccio. un abbraccio concepito nella mente non ha il valore di un abbraccio effettivo, ma apporta una differenza. degradabile, eppure!
giuro che l'avrei fatto, al diavolo lo stramaledetto orgoglio!
desiderai piangere di una gioia irrisolta, e dunque ridere.

- joan as policewoman (non joie dead blonde girlfriend come pure si sperava): a quell'ora stavo cenando.
- yuppie flu: idem con patate
- the strokes: la stasi (stà-ssi) che si pensava sarebbe stata portata dai franz ferdinand giunge invece insieme agli strokes, un'ora scarsa di persone stanche su un palcoscenico troppo grande e qualche istante di energia dissipata inegualmente (tuttavia valida). una parentesi storica da aprire è che in un momento di stupidera io, pur disprezzando gli strokes in toto, mi ero innamorata in toto di nick valensi, e soprattutto delle sue ginocchia. ora nick valensi è brutto e sporco e nel contempo si crede un misto tra jim morrison e gesù. il declino degli strokes coincide con il declino dell'aspetto esteriore di nick valensi. il tempo che casablancas non passa a scoppiarsi i foruncoli lo passa a cantare cose noiosine (ad eccezione delle solite aka reptilia, is this it?, last night, the modern age). lungi da me ricercare per forza il passatismo, tuttavia la voce è lou reed, e nemmeno il peggior lou reed sperimentale avrebbe portato sul palco una cagatona simile.

tutti hanno bisogno di un kinder pinguì. talvolta.