François Ozon: best regista di culi since 1997
usualmente taccio sui film che non mi piacciono (come ad esempio MOLTO INCINTA). il fatto è che angel non è un film brutto. innanzitutto per l'impeccabile gestione di tutto ciò che riguarda l'immagine, a partire dalla sequenza iniziale con le scarpette per continuare con quel maestoso allargamento di campo con un culo centratissimo e interrotto solo dallo schienale di una sedia (baroccheggiante) per finire su quell’ultima casa innevata con le due figure nere – a dirla così sembrano scene verbose, ma non lo sono, pur essendo angel un film verbosissimo.
ed è questa la maggiore pecca di françois ozon goes esercizio di stile, perché alla graziosità di una prima parte lieve e un po’ naïf è accostato un secondo tempo che nulla aggiunge ai discorsi sull’immaginazione introdotti inizialmente.
parafrasando: sbrodola, sfilaccia.
o è colpa di romola garai, che recita sempre in film belli da guardare ma destina la seconda parte di espiazione ad esiti un po’ incerti, mentre as you like it sfilaccia già dai prima trenta secondi di giapponeserie?
eppure lei recita una delle sue parti migliori, eccellente quando non teatralmente enfatizzata dalla regia demiurgica e invadente di ozon, il quale impone consapevolmente una gestualità da signora delle camelie alle morenti e sia questa sia i quadretti della luna di miele, piuttosto che indurre lo spettatore a indagare sulla convenzionalità della vita reale (sia le scene di matrimonio che le scene di morte appaiono più posticce della rappresentazione, a teatro, del primo romanzo della deverell) conducono a una riflessione sul dubbio buon gusto di queste scelte.
tutto ciò non toglie che ci siano riflessioni interessanti, in primis la chiave di volta del film e cioè il discorso sull’immaginazione, sulla possibilità di affabulare il lettore attraverso la narrazione di esperienze che più sono false più affascinano.
se questo fosse repubblica.it e io fossi una neo-opinionista quarantenne laureata in psicologia direi che si tratta di un atteggiamento piuttosto comune anche nel “nuovo fenomeno dei blog”.
è centrale la candida ammissione del fatto che non sia necessario vivere per creare (ma aiuta), ed anzi, un artista calato nella realtà come esmé, che angel ama sinceramente (sempre nel suo equilibrismo tra mondo reale e invenzione romanzesca), è destinato a fallire e a ridursi parassita del volto di successo e fuori dal tempo dell’ars gratia artis di una precorritrice di harmony. EPPURE.
due considerazioni: compare tra le righe un discorso quasi classista cui ozon (e suppongo persino la taylor se avessi letto il libro) ammicca delineando il personaggio di angel, che culmina nelle scelte di lei in campo artistico e nell’arredamento di una casa che, se fosse 80 anni dopo a new york e con dei biscotti di mezzo, potrebbe facilmente diventare quella di criminali da strapazzo. ma la critica a questo personaggio che non si può veramente amare e alla sua spensierata essenza di parvenu è divertita e mai accanita. au contraire, quando angel sbadiglia, importuna il gatto e interrompe mentre charlotte rampling suona il pianoforte, è difficile e proprio SNOB simpatizzare per quella cultura alta, razionale, impassibile e pianista che al pubblico non piace.
anzi, se proprio vogliamo fare la voce grossa, è charlotte rampling a chiarire che (parafrasando), sì, angel deverell fa schifo marcio come scrittrice ma come donna è ammirevole in quanto, nella sua arroganza e spregiudicatezza, è riuscita ad inseguire il proprio sogno (quella del “sogno” era evitabilissima ma – se non sbaglio – è presa pari pari dal copione, il che la dice lunga sulla verbosità di cui sopra).
l’altra considerazione è che per un commento che inizia con la parola culo c’è troppo poco culo.