venerdì 16 dicembre 2011

giovedì, 06 settembre 2007

Le scarpe buone

regate storiche! biennali! venezia 64! quanto folklore, parliamone.

searchers 2.0 di alex cox, già sceneggiatore e regista di una serie di cose di maggiore o minore buon gusto che imdb elenca meglio di me (tra le quali figura anche la scena con joe strummer più divertente al mondo) è un piacevole incrocio tra road movie e spaghetti western che, già dal titolo, fa il verso a ford.
la storia ruota intorno alla vendetta di due cowboy-attori nei confronti di un ex-sceneggiatore frustabambini dal nome evocativo di fritz frobisher, ma in verità il film è un vasto e divertentissimo gioco metacinematografico di citazioni (dichiarate e non). "metacinematografico" se vogliamo fare la voce grossa.
i personaggi non si allontanano mai troppo dalla macchietta, e gli ultimi cinque minuti cadono sulla sottile linea tra surreale e tiratissimo non tenendo testa al resto del film, ma la colonna sonora è prestigiosa, il dialogo è brillante (e non esagerando si può considerare searchers 2.0 il secondo film sull'iraq della mostra, a partire dal mantra "justice, gas, revenge"), e sia gli a parte con il personaggio che guarda in camera che le continue citazioni non sono sbruffonate o sfoggio di cultura western, ma un continuo coinvolgimento per lo spettatore.

GIUDIZI ESTETICI!
les amours d'astrée et de céladon - UNA STORIA INDIE. eric rohmer non ha bisogno di presentazioni, se non altro a venezia, dove attira leoni come io i piccioni a s.marco. su rohmer non si discute. etc.
les amours... è un boy meets girl con i pepli, i druidi, e dei primi stralci di cristianità. rohmer attinge dall'astrée di honoré d'urfé, che a sua volta attinge da tasso, sannazaro, soprattutto marino (di cui è coetaneo).
trionfo di eros e corpi tra il botticelli e il modigliani dei doppi menti (teneri), non si discute, è rohmer, ma la grana è quella opaca di sissi il destino di un'imperatrice girato però con un super 8.
la storia è la solita. céladon e astrée si amano, lei è gelosa, lui si getta in fondo a un fiume, ma viene raccolto da un paio di ninfe scollate in una sequenza molto simile a quella di galahad in monty python and the holy grail. ma è solo l'inizio.
se questa storia avvenisse ai giorni nostri lui sarebbe uno che ascolta cose tipo antony e le canta in continuazione, lei ascolterebbe mina, per cui, nonostante le convergenze celate, i due non si comprenderebbero a fondo.
i pastori, non avendo assolutamente nulla da fare, prendevano decisioni repentine. se céladon era il frontman di un gruppo emo, ci scriveva su un paio di canzoni e poi si metteva l'anima in pace.
invece no, coi pastori è diverso, i pastori si affogano proprio. il che è un vero peccato perché nessun frontman di un gruppo emo è andy gillet (a destra).

in the valley of elah è il secondo tentativo, dopo un film un po' gigione e dimenticabile come crash, dell'amico sceneggiatore di clint eastwood e james bond. in realtà anche questo film stenta a coinvolgere, se non alla fine, ma che belle inquadrature! sono le confessioni dei giovani soldati a coinvolgere, non proprio la fine fine con la bandiera appesa al contrario, che è un po' didascalica ma tanto efficace come grido d'aiuto per l'americano medio - e ricorda un po' l'immediatezza degli espedienti di sicko nel coinvolgere il pubblico americano con immagini forti e chiare. e che ottima composizione delle scene! e che brava charlize theron quando si mette a recitare! tommy lee jones va da sé, ma la vera sorpresa è vedere come un personaggio così poco presente nel film cioè la mamma-susan sarandon, assuma un ruolo tutt'altro che marginale anche solo attraverso conversazioni telefoniche. farà pure mr woodcock, ma che brava! recitano bene.
proprio a questo proposito, in verità il titolo non si riferisce al combattimento di davide contro golia nella valle di elah come si dice nel film, ma alla distesa di caramelle che circonda susan sarandon quando è triste al telefono.

it's a free world... precariato, immigrazione, sfruttatori cockney, sfruttati non: un film di ken loach.
un breve excursus all'imperfetto sugli ultimi tre anni di ken loach: ae fond kiss aveva di convincente soltanto il titolo, il vento che accarezza l'erba aveva capelli tagliati, case bruciate, unghie strappate, cillian murphy, una storia tanto tragica quanto avvincente, eppure non mi andrebbe di rivederlo.
it's a free world..., specularmente rispetto ad ae fond kiss, ha un titolo brutto ma è proprio bello.
è crudele e ambiguo nell'illustrare le ragioni degli sfruttati come quelle degli sfruttatori. non si capisce mai per chi tifare. cioè sì, ken loach sottilmente suggerisce degli input di giudizio sulla protagonista che ruotano intorno alla parola "cagna", però questo non senza prendere analiticamente in esame la sua situazione.
la protagonista (angie) ha una ricrescita di dieci centimetri, un accento a cui non è possibile resistere, e un'energia dirompente e idealistica nel voler "cambiare le cose".
angie è una ruota dentata dell'Ingranaggio Capitalismo, angie vuole essere l'Ingranaggio, angie si ritrova ad essere una ruota dentata poco più grande ma molto più a rischio, perché le ruotone la sfruttano, e di conseguenza le ruotine che lei sfrutta la odiano. questa metafora funziona anche usando l'industria mc donald's o i cattivi di 24, ma l'ideale sarebbe che io ne capissi di orologi.
pessimista o "realista", come lo definisce loach, il film solleva questioni che coinvolgono le nuove generazioni del mondo occidentale che inevitabilmente sono costrette ad agire secondo i dettami dell'ingranaggio di cui sopra, che dio maledica gli orologi.

volevo prendere qualche minuto anche per parlare di nessuna qualità agli eroi, ma a venezia il mio io assonnato ha posto come domanda al mio io disciplinato: "davvero sacrificheresti ore di sonno per un connubio di arte e psicoanalisi e masturbazione che potrebbe senza remore condurre ad ormai già visti tritati di cazzo à la ferreri?"
la risposta è stata: "dopotutto, no".
una curiosità: tutti, al lido, avevano il corriere della sera colpevolmente aperto sulla pagina con il titolo "germano: «avvilente si parli solo delle nudità esteriori»" e fingevano di leggere l'articolone su de palma.
sempre riguardo lo stimatissimo (da queste parti) elio germano, all'attenzione dell'ideatore dell'espressione "antidivo di corviale": ora BASTA.