
insieme alle altre notizie scottanti della settimana, sono tornata da Venezia. Venezia ha vinto lebanon. essendo trascorso così tanto tempo, ci si ricorda poco di più. ecco quindi una LISTA SELETTIVA DI FILM VISTI A VENEZIA, BASATA PER LO PIÙ SU MOMENTI DIVERTENTI RELATIVI (O NON) AL FILM. come, perciò, dimenticare gli istanti preziosi offerti da gulaal, secondo film fuori concorso dell’anche giurato Anurag Kashyap. gulaal ha un tasso di bollywoodità del 97%, ha una locandina che gronda sangue, e ha un brano musicale sopra al quale si può cantare work song di Nellie McKay. certo non si è potuto fare un raffronto testuale, visto che i sottotitoli italiani erano tradotti con babelfish. gulaal: un film serio su cui si ride. a un certo punto “blood will be shed” è stato tradotto “ci sarà sangue capannone”, ma altri momenti indimenticabili sono quando una domanda sulle diottrie diviene “qual è il tuo potere di occhiali?” e, soprattutto, “you are a bit bold” “sei un grassetto”. Anurag Kashyap ci mette del suo facendo suonare EMILIA a una sua protagonista.desert flower non ha nulla a questo livello, oltre a insinuare l’idea che l’infibulazione sia una cosa tutto sommato giusta se applicata a chi fa film del genere sull’infibulazione. una scena una, efficace, su cui si soffre e si urla, il resto sfilate di moda. obiezione: si tratta di un film biografico, non di un film esclusivamente di denuncia! questo non giustifica il pattume donnesco con le risatine e gli stereotipi riciclati. quella che interpreta Waris Dirie è bella e brava, Sally Hawkins potenzia il suo personaggio di happy go lucky ed è l’unica ragione per cui vedere il film. però non c’entra.
un mucchio di problemi delle donne a questa Mostra, perciò non si parlerà in questa sede di ehky ya Schaharazad dell’egiziano Yousri Nasrallah, che sarà problemi delle donne ma è anche continue manate sulla fronte.
bene invece per ragazze la vita trema, di cui ho già parlato ovunque, e per Shirin Neshat e il suo zanan bedoone mardan, in particolar modo quando la videoartista non fa la videoartista, cioè per gran parte del film. c’è la denuncia, c’è il colpo di stato in Iran del ’53, c’è il ripiegamento sull’attuale e c’è persino una storia fantasmatica a cui affidarsi. questo non spiega perché Herzog non sia tornato a casa con un sacco pieno di premi, infatti Herzog non ha portato in concorso un film, bensì due, uno è un film di Lynch girato da Herzog, l’altro è un film di Herzog girato da Herzog con le iguane. my son my son what have ye done? ha i nani, i fenicotteri, i primi piani inquietanti della madre, ma quando Herzog riprende in mano la situazione, ovvero quando gira all’estero o con espedienti furbastri, come la camera incollata a un pezzo di legno incollato al braccio ingessato dell’attore, il film configura un suo senso di completezza, ma sarebbe bene rivederlo in un contesto che non lo definisca “film sorpresa” per stabilire se abbia vinto Lynch o Herzog. ha vinto di certo Brillante Mendoza facendo addormentare molte persone al suo, di film sorpresa, che si intitola lola ed è ambientato in quella parte di Manila povera dove piove sempre. il neo-neorealismo di Mendoza sospende il giudizio su chiunque e colora la vicenda (di ammazzatori e ammazzati, e nonne di ammazzatori e nonne di ammazzati che cercano, mosse dall’amore e dalla disperazione, di fare la cosa giusta) di un’empatia inarrivabile. se uno si addormenta mentre sullo schermo c’è una vecchia che si fa la pipì addosso e guarda affranta la figlia, significa che quest’uno ha la MERDA nel cuore. le tecniche per giungere a tutta questa verità sono le solite, camera a mano e fiorire di rumori di fondo. non sono mai assenti, però, sequenze di una certa ricercatezza formale. un attore del film si chiama Ketchup Eusebio.
fanno il contrario i due registi di cui si dice sempre e soltanto Balagueró con rec 2. rec genera sempre nobili discorsi teorici: il fuori campo che va a divergere dal fuori campo dell’occhio! lo stile da sparatutto che ricucisce i pezzi di informazione mancante! e in questo capitolo, persino l’occhio tecnologico che fa il salto della fede e arriva dove umani e religione non possono arrivare! bene, ma spagnoli, basta Satana per favore. due scene bellissime, tutto il resto è aberrante. e ora, si riconsegni un’identità a Paco Plaza.
gordos di Daniel Sánchez Arévalo ha più o meno lo stesso problema, soltanto che al posto degli indemoniati ci sono gli obesi. se il film in qualche modo funziona, si deve alla sconfinata bravura degli attori e a due momenti in particolare, quello in cui compare un crocifisso fluorescente e quello in cui il protagonista grida una cosa divertente per convincere le persone della sua omosessualità. per il resto, una commedia un po’ troppo poco satirica con il finalino in cui tutto giustamente si ricompone, ma a forza di pugnalate di penna bic nelle cosce del pubblico.

non esauriamo subito i film brutti: una commedia che si prende le sue responsabilità e vince persino è kakraki di Ilya Demichev, intrinsecamente russa non solo nel suo citare senza posa (si apre con Gogol’ e si chiude con Gogol’) ma anche nell’illustrare, analiticamente ma sempre con un po’ di distanza, le reazioni dei suoi personaggi. kakraki si muove su equivoci e situazioni imbarazzanti o, ancora, situazioni efficaci nell’imbarazzare gli spettatori ma non chi le vive (le cene e le riunioni in ufficio, per dire quelle che vengono in mente subito a un mese di distanza). a un certo punto, un signore russo fa l’imitazione di una libellula che dorme. che poi, commedia -- il finale rompe il cuore a tutti, ma il film si muove in maniera talmente equilibrata sul filo tra ironia e satira, da riuscire anche a criticare scherzosamente nelle ultime, (SPOILER) tragicissime, sequenze – senza che si rida.
che è poi quello che ha sempre fatto Solondz e che continua a fare in life during wartime, solo cambiando le facce ai personaggi di happiness. Solondz vuole troppo bene ai suoi personaggi per separarsene, però vuole anche mostrare chi comanda, ed è il motivo per cui gli attori che recitano sono tutti diversi, e non vivono più nel New Jersey. il che incrementa il livello simbolico del film, ma sinceramente, e lo dico con ammirazione, Todd Solondz se ne batte le palle dei simboli. quello che gli interessa è imbastire una buona storia che gli permetta di scavare in dannata profondità nei sentimenti e nei rapporti tra le persone, disegnando dei *tipi* che però finiscono sempre per avere vita propria. life during wartime è un po’ meno sferzante di happiness, ma lavora in grande sul rimorso (oltre che sul perdonare e dimenticare, ma questo viene GRIDATO COI MEGAFONI nel film perciò non è necessario ricordarlo), ed è questo che lo rende un’operazione riuscita, diversa, non ripetitiva.
il che chiamerebbe a gran voce il discorso sul cattivo tenente, ma no, non è così.
piuttosto, vogliamo parlare di the road? the road è brutto. se Cormac McCarthy fosse morto, si rivolterebbe dove si sa. non essendo Cormac McCarthy morto, probabilmente a quest’ora si sta rivoltando sulla cassapanca ricolma di chiodi e rovi su cui dorme. il flashback iniziale con i fiori, la campagna soleggiata e CHARLIZE THERON sembra una pubblicità della Dufour. si vede poca altra campagna soleggiata, nel film, ed è una cosa per cui si ringrazia John Hillcoat. anzi, bisogna essere equi: John Hillcoat lo si ringrazia anche per aver rispettato colori (il livido/postapocalittico è quello che il libro urla), alberi in caduta libera, e per aver ingaggiato Viggo Mortensen. Viggo Mortensen è una delle uniche cose giuste della vita, figuriamoci di “the road”. ma il resto? persino il finale, che a quanto ricordo è fedele al libro, riesce a risultare melenso e fuori luogo. persino Nick Cave e Warren Ellis non sembrano loro. si ascolta la colonna sonora e si pensa «carino questo IMITATORE DI NICK CAVE E WARREN ELLIS, peccato che loro non suonerebbero mai con questo roboante sensazionalismo nelle scene di catastrofe». poi si guardano i titoli e compare “Nick Cave e Warren Ellis”.
Un’altra persona che non c’entra niente e che mette Nick Cave e Warren Ellis in colonna sonora, insieme a pezzi da Frost/Nixon e pezzi da sleuth è Michael Moore, che con capitalism: a love story torna ai fasti di bowling for colombine senza passare per il via. è sentito ma non sguaiatamente autoreferenziale, fa vedere la gente afflitta senza punzecchiare lo spettatore con un bastone chiedendogli di riversare tutta la sua pietà, anche le battute fanno ridere. non me lo ricordo più, ma lo rivedrei volentieri e senza provare fastidio. quando si dice il fil rouge, Michael Moore compare anche in south of the border di Oliver Stone, che è l’Oliver Stone più schierato e antiamericano mai visto e che funziona eccellentemente quando fa vedere poco Chavez che gioca a pallone e molti presidenti sudamericani che dicono le cose giuste.
a questo proposito, sul solito muro del pianto “ridateci i soldi” un anonimo poco furbo si doleva del fatto che il film di John Turturro fosse “un documentario, NON UN FILM, omfg”. Il problema principale non è se il documentario sia o no un film, il problema principale è che prove per una tragedia siciliana di John Turturro è un film brutto. bel ritorno alle proprie radici, e clamorosamente fresca la parte sui pupari, ma a un certo punto Turturro si mette a fare delle audizioni a bambine siciliane per assegnare una parte principale nel suo potenziale film, ed è in quel momento che Turturro si trasforma in una miscela di “pedofilo con piglio deciso”, “trentenne con la pagina Facebook da riempire” e “audizioni per il grande fratello tra le rovine”. questa è la tragedia, John Turturro, non il tuo potenziale film. tutte le bambine sono sceme. attenzione, però: il film è approvabile e interessante sotto certi aspetti, ma le parti iperpersonali e non necessarie infastidiscono.
si sono visti altri non-film, come ad esempio 1428 di Haibin Du, film difficilissimo sul terremoto del Sichuan, la DOCU-FICTION DI ABEL FERRARA, il deludentissimo faces of seoul di Gina Kim, che oltre ad essere debole e imperniato su considerazioni innecessarie della regista, è stato messo in programmazione subito dopo il trionfo spassoso di Greenaway che commenta il suo film in una sedia accanto allo schermo, calcolando abilmente il tempo a disposizione tra una sequenza e l’altra, e sfoderando un accento INCREDIBILE. sostanzialmente, Greenaway si è divertito a modificare le nozze di Cana del Veronese con qualsiasi programma avesse a disposizione sul computer – ne mostra i risultati al pubblico (gli è piaciuto in particolare l’effetto “fuoco”) e tiene una lezione di storia dell’arte beffarda che sembrerebbe esigere un sequel.
E ancora: villalobos, un documentario apparentemente enorme e inutile su un tizio cileno che suona la house, e che invece si rivela educativo, interessantissimo e con un protagonista geniale, e chi l’avrebbe pensato. è ora di mettere via i pregiudizi e gli ukulele per una buona volta e suonare la house. Herbert Von Karajan, infedeli.
il colore delle parole di Marco Simon Puccioni, che word mi corregge in “piccioni” non considerando le potenzialità tenere di quel cognome, è uno sguardo animatamente sincero e coinvolto a chi è in Italia da trent’anni, parla di politiche di immigrazione con cognizione di causa e ha titoli di studio e si esprime meglio di Maroni. ma, e qui è la svolta, il colore delle parole NON è un film su una persona qualsiasi con la paralisi cerebrale, è un film su “Teodoro” Ndjock Ngana, mediatore culturale e poeta del CAMERUN, uomo spettacolare che affronta un argomento che lo tocca in profondità con lucidità e chiarezza. il colore delle parole non è solo Teodoro, è anche molti altri signori della sua stessa levatura, ma Teodoro viene preso a portavoce anche degli stessi protagonisti del film proprio per esemplificare quella leggerezza e quella grandezza d’animo che riempiono lo schermo e che, boh, mi vengono in mente solo cose banali. il film bisogna vederlo. questo signore qui ha anche un blog.
great directors di Angela Ismailos non si capisce se debba essere considerato documentario o che cosa. great directors è un film di una soubrette che intervista dieci registi e che ogni tanto compare nell’inquadratura facendo la faccia intensa di “ho capito”. se non che, i dieci registi (Bertolucci, Lynch, Cavani, Linklater, Sayles, Haynes, Breillat, Varda, Frears, Loach) hanno una miriade di cose interessanti da dire, e la regista accosta alle parole, intelligentemente, immagini di film che l’hanno segnata. il documentario è personalissimo e, non fosse per la Ismailos e le sue facce intense, si direbbe il lavoro alle spalle sia considerevole e non unicamente imputabile ai registi che parlano bene. così non si sa.