QUESTA È LA PARTE DELLA GENTE COI FUCILI

questa è la seconda di due parti. non ho visto Placido né Tornatore né Comencini, in compenso ho visto Guadagnino. chi non lo vede fa un guadagnino. che poi, io sono l’amore ha un’impronta registica forte (risate fuori campo) dico davvero, uno stile impeccabile e delle trovate originali, una (con Denzel Washington che sembra si stia rivolgendo a Tilda Swinton ma invece è dentro alla TV) addirittura brillante. ma soprattutto: la colonna sonora è di John Adams. JOHN ADAMS! Ed è incredibile, ricca, appropriata ma anche abbastanza indipendente da poter dire IO SONO DI JOHN ADAMS, NON DI LUCA GUADAGNINO. il film avrebbe potuto essere peggio, ma smettetela con i paragoni con Visconti, per favore, grazie. il problema giace nella sceneggiatura, banale anche se scritta da persone competenti, che risolve tutto in: fiacco. però: John Adams.
il film italiano bello è invece senza dubbio la doppia ora di Giuseppe Capotondi, questo già si sospettava, ma la sorpresa è che non solo ci sono attori che si mangiano lo schermo, ma la sezione di “thriller onirico” è estremamente onesta e concreta; la struttura, per quanto non innovativa, funziona perfettamente e ricorda più spesso, quanto a nuche e ad atmosfere rarefatte, Claire Denis di trouble every day. la quale Claire Denis portava, in concorso, white material. un giorno vi vedrò cercare di imbastire un filo logico robusto come il mio e riderò. white material è un buon film di Claire Denis ma non è un ottimo film di Claire Denis: troppo poco è sottratto allo spettatore, troppo focalizzata è la vicenda; ma l’Africa è fotografata DAGLI DEI e la Denis è l’unica a trattare il tema dei bambini-soldato senza banalità e fronzoli, forse anche con una certa crudeltà. scorre del bel sangue, e si ammira e ci si angoscia, però moderatamente.
alcune cose divertenti: repo chick dell’eterno orsacchiotto-MOSTRO Alex Cox è il suo film meno ragionato e intelligente, ma quello che interessa a Cox è raccontare la storia di Paris Hilton che diventa REPO MAN, e tutto questo con blue screen, modellini e battute divertenti sui vegani. il film consacra Jaclyn Jonet, che era già brava in searchers 2.0. si ride scuotendo un po’ la testa.
the men who stare at goats è un film che concede assoluta libertà a chi ne prende parte. Grant Heslov se ne fotte: non c’è un messaggio. bene. QUINDI? sul film delle capre si ride apertamente e di gusto davanti a gag slapstick che al massimo sono insensate, ma non sono mai grevi o insistite. e comunque mentre voi sedevate al pub citando le battute di Aldo Giovanni e Giacomo, Grant Heslov SCRIVEVA LA SCENEGGIATURA DI GOOD NIGHT AND GOOD LUCK. in the men who stare at goats c’è un cumulo improponibile di battute sui jedi, e sembra sempre che da un momento all’altro George Clooney debba dire “super. army. soldiers”. si ride rumorosamente.
soul kitchen è una COMMEDIA di Fatih Akin. il mio buon amico Duccio ne dà un’interpretazione interessante dicendo «è come tutti gli altri film di Fatih Akin, però lui non parte per un viaggio, quindi non diventa tragedia». soul kitchen non conosce nemmeno l’espressione “momenti di stanca”, ed è piaciuto a tutti, però del film rimane molto poco.
Rivette non si ride.
a volo d’uccello: yi ngoy di Soi Cheang è un thriller di genere fatto tutto di luci di taglio. ci si aspettavano cose enormi, perciò grande delusione; brooklyn’s finest di Antoine Fuqua è un thriller di genere lungo, verboso, che va in seconda serata su italia 1; survival of the dead di George “otto metri di altezza e non sentirli” Romero è un horror di genere, e fin qui molte grazie, il fatto è che è anche il più brutto e reazionario film di Romero, si soffre un po' a dirlo. survival of the dead è miserrimo quanto a intreccio e a personaggi abbozzati, e vive di espedienti più di Castellitto napoletano. ha comunque tre trovate splendide, accolte con esagerati e roboanti applausi a scena aperta, che elenco qui di seguito. spoiler: 1) a un certo punto uno ZOMBIE si avventa sul PROTAGONISTA MILITARE e il PROTAGONISTA MILITARE gli infila l’estintore in bocca e lo ZOMBIE muore con gli occhi che gli scoppiano fuori dalle orbite. 2) in quest’altro punto (poco dopo) uno ZOMBIE si avventa su un altro PROTAGONISTA MILITARE e il PROTAGONISTA MILITARE gli spara un razzo in bocca, al che lo ZOMBIE prende fuoco INSPIEGABILMENTE e il PROTAGONISTA MILITARE si accende la sigaretta con le FIAMME ZOMBIE. 3) alla fine c’è un duello ripetuto ad infinitum davanti a una grande luna, e ci sono degli ZOMBIE COWBOY che si sparano PER SEMPRE. la critica alla comunità umana è un pelo troppo evidente, ma se si prendono le singole scene per quello che veramente sono, ovvero “godimento di zombie che si uccidono”, va tutto abbastanza bene; the hole di Joe Dante (in 3D, come i capelli di Joe Dante) è un horror per famiglie di genere e molto poco inventivo, c’è però un pupazzo vestito da giullare che compare talvolta e terrorizza ed è la versione brutta e cattiva del feticcio zuni di “Amelia”; tetsuo the bullet man non è un film di genere ma lo diventa nel momento in cui Tsukamoto si mette a braccetto con gli americani e sente la necessità di spiegare tutto per filo e per segno, anche ciò che guadagna nel non essere spiegato (ovvero: la genesi del nostro amico che spacca le cose). è qui che il cyberpunk diventa datato. a me è comunque piaciuto tanto, e c’è una sequenza, verso la fine, che fa urlare di gioia; celda 211 di nonmiricordo è un film di genere sui carcerati spagnoli che inizialmente sembra l’operazione più reazionaria mai vista, con i carcerati tutti cattivi e le guardie tutte amorevoli, poi grazie al cielo qualche meccanismo si sblocca e le cose non stanno più così: alcuni carcerati sono buoni, e alcune guardie rimangono buone, ma ci sono anche certe guardie molto cattive! i carcerati, per la maggior parte, sono sempre rimasti cattivi, ma devono essere compresi, ed alcuni moriranno canaglia. il film è stato comprato dagli americani nel momento in cui Daniel Monzón ha detto “arpioni tirati dai palazzi circostanti”.
je suis heureux que ma mère soit vivante di Claude e Nathan Miller è il film francese bello dal titolo eloquente, che nella psicoanalisi ci va di cucchiaio ma ritorna per una volta con risultati acuti e interessanti e recitati bene. certo è questionabile che uno abbia l’edipo perché da pupo ha visto la mamma stirare con la gonna corta ma, pur con qualche flashback discutibile, il film non si limita a questo e illustra in modo crudo il deterioramento di una famiglia senza puntare il dito su nessuno oltre alla madre naturale scema che ha fatto adottare i figli. però le cose non vanno proprio così, e il relativismo inizia a fiatare sul collo dello spettatore nel momento in cui si arriva a provare pietà per la madre naturale scema. Christine Citti interpreta la madre adottiva con un portamento e un cipiglio matronali e non disposti a perdonare nessuno al di fuori delle persone amate.
honeymoons di Goran Paskaljevic è bello e si sapeva e lo devono vedere tutti.
a single man di Tom Ford non è che non sembri un film diretto da uno stilista, proprio non sembra un film diretto da un TEXANO. Tom Ford si arrischia addirittura, quanto a caratterizzazione stilistica (non è un gioco di parole): avrebbe potuto girare un film tecnicamente corretto e accademico, e invece gioca sul colore in maniera rischiosissima. esempio concreto: ogni volta che Colin Firth si avvicina alle persone sente l’amore e l’inquadratura si satura di colore. così descritto sembra una violazione dei diritti umani, ma Tom Ford si muove all’insegna della sobrietà, oltre ad avere una scrittura perfetta e attori bravissimi e Colin Firth che spezza i muri con la sola forza dei suoi occhi acquosi.
una parentesi: Nicholas Hoult, pensiero illegale fino a due anni fa, è bravo e bello e io mi innamoro. già se ne sospettava il potenziale in weather man, ma chi lo vede qui si innamora e poi muore. freddura del giorno: about a BOIA. domanda: è un innamoramento grande come Peter Davis l’anno scorso e Casey Affleck due anni fa? no, però va bene comunque. Nicholas Hoult che fa l’accento californiano. Nicholas Hoult ha delle sopracciglia che sono state inventate in laboratorio.

non parlerò di tanti film che magari meriterebbero, invece parlerò di mr. nobody di Jaco Van Dormael. il film è una sottile metafora del nome del gruppo di Jared Leto.
dico di più, e lo dico con cruccio: questo film diventerà un CULTO a tal punto che Richard Kelly tornerà a casa in un giorno di pioggia e chiuderà tutte le porte delle stanze dietro di sé e una volta in camera dirà “no.”.
un CULTO: c’è Jared Leto, c’è lo stile giovane, non si capisce niente, ci sono degli elicotteri che trasportano tasselli solidi di mare.
il film è praticamente la playlist di quando avevo 15 anni. ci sono le andrews sisters, c’è buddy holly, ci sono i pixies, c’è il bellini, c’è persino BACH. le canzoni non vengono nemmeno interrotte e cominciano una dopo l’altra, tipo Nichols, solo artisti diversi e con la cacca addosso. bene, Jaco Van Dormael.
non vorrei trovarmi a citare gli esimi critici che qualche sera fa sparlavano di Tarantino NON SI CAPISCE PERCHÉ, ma mr. nobody è un visivamente scintillante crogiuolo di nulla che mette sulla brace troppi temi importanti e in cui Jared Leto non è nemmeno la cosa più irritante. qualche scena rimane piacevole e Rhys Ifans si conferma un’altra volta uno degli attori migliori per l’eternità.
anche tralasciando paragoni non proprio necessari, lebanon va a insinuarsi ad un incrocio tra 1) capacità di rinnovare il cinema 2) istanza narrativa 3) essere investiti da un fattore sociale e politico senza il bisogno di metterlo su Facebook. anzi, ricominciamo per un momento con i paragoni. Samuel Maoz fa precisamente quello che faceva Kathryn Bigelow l’anno scorso con the hurt locker: lavora sulla guerra dall’interno e nel (claustrofobico) interno, sulle paure di chi la guerra la fa. soltanto che nel caso di lebanon, pur essendoci un protagonista estremamente parziale ovvero il carro armato, non ci sono bambini bomba costruiti dagli iracheni tutti cattivi, non ci sono parti in conflitto, ma soltanto un occhio meccanico che, con una vista privilegiata sul dolore (madri affrante, asini morti che piangono), può cercare di distogliersene soltanto fino a trovare dell’altro dolore, quello pervasivo della realtà. bello e da rivedere subito e bello e bello.
Venezia non ha vinto lourdes. lourdes di Jessica Hausner. lourdes. anche a lasciare da parte, per qualche istante, l’impeccabilità e la perfezione formale dell’opera, la grandezza del film sta nella capacità della Hausner di gravitare attorno ad un’antropologia del miracolo, apparentemente senza dare giudizi di sorta, ma in realtà quietamente costruendo la molotov più violenta pensabile contro le strutture della fede, e si badi, non contro la fede in sé, cui la Hausner guarda attraverso il distacco un poco scettico e umano (malignità comprese) della sua protagonista SUPER COPPA VOLPI PER I PROSSIMI TRE ANNI Sylvie Testud. non solo il film potrebbe uscire per la settimana dell’8 dicembre nelle sale, ma la sua critica è talmente sottile, ben mirata e taciuta che chi lo va a vedere per celebrare la data potrebbe uscirne compiaciuto, mentre la Hausner veramente sta 0wnando lui E SUA SORELLA. incredibile.

non si parla unicamente di giovani registe tedesche quando si dice “ownando”, ma anche di registi tedeschi giovani dentro. WERNER HERZOG. bad lieutenant: port of call new orleans, oltre ai paragoni con il film di Abel Ferrara che non sussistono e quindi non verranno portati avanti, prende una sceneggiatura disarmantemente ovvia e si mette a fare tutt’altro.
questo, e una dilagante passione per i rettili, si capirebbe anche dalla splendida sequenza iniziale con il serpente, non fosse che subito dopo (e per una buona parte del film) Herzog ribalta tutto convincendo chiunque che lui stia facendo sul serio, ma proprio nell’istante in cui ci si comincia a credere ECCO che il genere si sfascia ed ecco che cominciano a spuntare IGUANE DIRETTAMENTE PROPORZIONALI AL NUMERO DI WTF e si va a formare una realtà (quella allucinatoria) che somiglia molto a quella vera ma corre parallela ad essa ed è la realtà che è sempre interessata ad Herzog, ed ecco che l’indagine non interessa più allo spettatore, non finché Herzog ha quel cast ai suoi piedi con cui baloccarsi, ed ecco che Nicolas Cage fa delle cose impensabili e non ci si aspetta altro che gag straordinarie poste su un intreccio da nulla. e questo è Herzog che saluta da lontano e rovescia il cinema di genere dal suo interno, unico forse a saper fare ironia sull’ironia americana, e nel contempo accumulando una QUANTITÀ VERGOGNOSA DI SOLDI, e io glielo auguro con tutto il cuore. Herzog in questo momento dovrebbe stare facendo le docce di soldi, ma più probabilmente starà scalando gli Appalachi a mani nude. ed è un peccato che sia passato così tanto tempo e che fino a ieri fossi ferma alla parola “Anurag Kashyap” del resoconto, così da non poter fare altro che citare in modo agitato tutte le frasi citabili del film. ma se ne parlerà ancora e a lungo. iguana d’oro.
N.B.: il font volubile non l'ho deciso io e non me ne compiaccio.