FAMILY DAY
mitighiamo le sbruffonate: sidney lumet ha il pallino degli ammazzamenti tra famigliari da 50 (cinquanta) anni, da quel famoso parricidio per mano del ragazzo diciottenne ne la parola ai giurati, suo esordio alla regia.
sidney lumet ha inoltre il pallino di fare apparire come una Rassicurante Regia Classica anche ciò che proprio non lo è: before the devil knows you’re dead è un film in digitale che parte da un fatto per diramarsi in una serie di antefatti e conseguenze, ragioni e reazioni, cause ed effetti, tramite una molteplicità di punti di vista tale da saturare lo spettatore, che gradualmente si convince di stare ottenendo una visione sempre più oggettiva dell’evento, ma viene assalito invece da un senso di inquietudine e di non-finito, di non detto.
una serie di flashback e flashforward a perdita d’occhio, cuciti insieme dall’unico elemento poco convincente di tutto il film – lo switchswitch (non è un termine tecnico) che fanno le immagini nel passare da un punto di vista all’altro. bella l’idea (i personaggi nello spostamento temporale sono quasi sempre statici, ad acuire l’inquietudine di un film in cui succede di tutto ma i personaggi reagiscono poco), un po’ meno lo è la realizzazione.
sidney lumet è il nonno che ci dà una teporosa pacca sulla testa mentre si sta infilando la tuta da astronauta.
before the devil knows you’re dead ha molti pregi tra i quali non rientra quello di avere come titolo italiano "onora il padre e la madre", anzi essendo già in argomento mi rivolgo direttamente al titolista del film: IDIOTA. ti hanno fatto vedere solamente il trailer? perché è l’unica chance per discolparti, anzi già che c’eri perché non intitolarlo “se mi generi ti derubo” o “di mamma ce n’è una sola - un film con elena sofia ricci". IDIOTA: la frase per intero, senza scomodare gli irlandesi, farebbe così: “possa tu essere arrivato in paradiso mezz’ora prima che il diavolo sappia che sei morto”. CHIAMALE SFUMATURE!!! l’hai vista la fine del film? sì? appunto.
il fatto è che si va oltre al semplice risvolto psicologico e all’attrattiva di un anno cinematografico pieno di conflitti uomo-uomo (sleuth, l’assassinio di jesse james per mano del codardo robert ford, cassandra’s dream, facciamo anche american gangster in quanto a statura dei personaggi).
allen direbbe: “è l’impianto tragico delle nostre esistenze, sofocle ora e subito!”
marx direbbe: “è il danaro, lo dicono anche i coen sin dall’infanzia”
un laureando in psicologia direbbe: “è la repressione del desiderio di rivalsa a giocare spietatamente con i due fratelli. andy si vendica di hank facendo leva sul suo bisogno effettivo di soldi” e poi direbbe la parola “pulsione”.
lumet e kelly masterson, basando il tutto su una cifra veramente irrisoria, dicono che è la necessità a scatenare oscuri sentimenti sopiti e a forza ricacciati nell'animo, che all’interno delle case dei giovani incravattati delle grandi città può celarsi una miseria esteriormente rispettabile ma scarsamente sopportabile (eppure rimpianta, al complicarsi degli eventi), che “tu ne vestisti / queste misere carni, e tu le spoglia” non era mai stato così reale.
grazie a un linguaggio di silenzi e senza mai impigliarsi in vistose puntigliosità freudiane, delineano una mappa dettagliatissima del concetto di “RISVOLTO PSICOLOGICO”.
del resto chi ha bisogno di molte parole quando ha dalla sua parte albert finney e la sua smorfia di dolore™ o la scena in cui andy/philip seymour hoffman fa cadere suppellettili, cuscini, sassi con quella freddezza calcolatrice e nel contempo disillusa - uno si aspetterebbe una grande scena di rabbia e invece in profonda coerenza con il personaggio c’è questa scena interminabile di sassi che cadono, e uno si chiede “ma quanti sassi avevano”, e invece no, è qui che è racchiuso tutto un personaggio che è insieme artefice e vittima degli eventi. batti questo, sigmund.
ogni volta che philip seymour hoffman si gratta la pancia, in honduras un palazzo crolla.