se avessi avuto un soldo tutte le volte che in passato ho snobbato fiona apple, a quest'ora avrei comprato la Epic e le avrei sciolto il contratto.
da quando nel 97 la registravo su musicassetta da tmc2, ai video che sembrano pubblicità della sisley, alla musa dei maghi e dei registi di stampo altmaniano, la faccenda puzzava un poco, di violentate nel mondo del pianoforte c'era già tori amos, e poco male che in tutto questo tempo io non abbia incontrato un fan di fiona apple altrimenti avrei usato il mio unico argomento valido, cioè "meglio regina spektor comunque".
meglio comunque regina spektor, ma spendiamo due parole su chi, della spektor, condivide la patria (new york, non mosca).
scusa, fiona apple! i miei erano pregiudizi snob su un fenomeno che era mainstream perché meritava di esserlo, come lily allen, la nona sinfonia in re minore, e quei cosi a forma di dinosauro che muovono la testa se li metti in auto.
per la rubrica che intitolerò provvisoriamente "tempismo & riscoperta", signori e signore, quest'album è del 2005. coincide con i momenti di passione per funeral, la scoperta da parte di pitchfork di andrew bird, l'outing commercialmente ammissibile di antony.
del resto un altro disco di cui vorrei parlare risale al più lontano del 2004, e per giunta agli inizi di quell'anno; in comune con fiona apple ha le armonie, il polimorfismo, e argomenta in modo più rigoglioso la mia dichiarazione di guerra a norah jones, che consiste in "PRR, NORAH JONES!!"
ma una cosa per volta.
extraordinary machine ha una storia travagliata di due produzioni, rifiuti per eccentricità, copertine orribili.
è il più orchestrale dei lavori della (questo che segue è borioso) giovane cantautrice newyorkese (io avevo avvertito), ma per riassumere in poche parole la già troppo dibattuta questione sulla produzione è necessario fare due nomi: jon brion e mike elizondo (noto, quest’ultimo, per aver lavorato con eminem e dr.dre). la prima versione, quella di brion, ricorda i suoi lavori nelle colonne sonore, e perciò è una produzione inevitabilmente più orchestrata e orchestrale, corale, sfarzosa, in cui il piano si fa strada tra abbellimenti e violoncelli-primadonna, e in cui la voce si fa timida e rauca in qualche passaggio. assolutamente satura di suoni, è una versione bella ma civettuola.
la versione definitiva di elizondo lascia grande spazio al piano e a Quella Voce che, sola, potrebbe sostenere un album a cappella (anche se magari un po’ noioso). orchestralità, coralità e sfarzo sono tuttora riscontrabili in "extraordinary machine" e "waltz (better than fine)", il primo e l’ultimo brano dell’album, rimasti invariati nella seconda produzione. non per dire elizondo fai schifo, ma si sta parlando anche delle due canzoni più riuscite.
nonostante questa apparente discontinuità, il risultato è invece un disco compatto e coerente, con rare sbavature e un’orchestra che timidamente non invade il territorio della voce di fiona apple.
extraordinary machine è così ricco che a completarlo servirebbe soltanto un theremin, o uno scacciapensieri come in Y’s, ma non se ne sente la mancanza, e questo dimostra che è un disco BELLO. se i testi scivolano nel retorico amoroso poche volte, la musica non corre mai questo rischio, e oscilla tra gli scatti irosi di not about love e l’organo ambient di red red red, che ricorda la sheryl crow dei tempi in cui le sue fotografie nel booklet erano inferiori al numero di canzoni dell’album. red red red è, inoltre, uno dei due soli brani “kris kristofferson nei film”, cioè non sai mai se sia buono o cattivo, ma di sicuro è poco convincente e ha la barba.
un album che si destreggia tra jazz e soul e ballatone, frecciate alla casa discografica e gingilli simpaticamente pop che in fondo nascondono le solite cose d’amore (MA senza stancare) non può che far rivalutare la drama queen con lo sguardo più sofferente d’america.
fiona apple è brava è bella e dice sempre di sì, se ti chiami pt anderson e inizi cento discorsi d'amore spezzettandoli e facendo cadere le rane alla fine.
ora lei sta facendo cose con i nickel creek e due versioni della stessa canzone sono sufficienti a far cambiare idea a chi ancora storca il naso come ai tempi di coloradio.