COSA FA UN CARTELLINO ALLA GENTE PERBENE

ci sono almeno due ragioni per non sentirsi tenuti a decantare la potenza evocativa della città di Venezia in questi frangenti di Lido; esse sono: 1) IL FESTIVAL DEI BAMBINI MORTI: lønsj, 85’, un pupo muore divorato dai gabbiani; rachel getting married, 116’, un pupo muore nella memoria dei presenti; un giorno perfetto, 102’ e contarli, muore più di un pupo; l’apprenti, 85’ inspiegabilmente premiati dalla critica, è morto un pupo; the hurt locker, 131’ che word mi corregge in “the hurt cocker”, brutta storia sul maltrattamento animali, un pupo non solo muore ma diventa anche una bomba; l’unico film in cui i bambini si salvano è il seme della discordia, dove però sono bastardi. questi sono soltanto alcuni degli esempi. 2) la carenza proteica.
io non ho intenzione di difendere questa sessantacinquesima mostra senza riserve (ricordiamo comunque che a Roma presenteranno il terzo capitolo di high school musical), però nella prospettiva appena proposta non è che uno possa andare e pretendere di divertirsi a perdifiato. divertimento a parte, ho trascorso quest’ultimo quarto d’ora a suddividere i film in “belli”, “medi”, “no”, e posso ammettere con onestà divertita che i “belli” superano numericamente i “medi”. ci sono stati anche dei film brutti e senza giustificazione, pochi ma (cosa importante per un film brutto) estremamente brutti. fa caso a sé gabbla di Tariq Teguia, film su cui non mi sento di ridere come ho fatto ad esempio su Ozpetek, poiché è supportato da una fotografia splendida e da inserti politici interessanti. gabbla è l’unica occasione in cui mi sono resa conto in ritardo di non stare dormendo (normalmente sogno allestimenti alternativi della scena). campi lunghi e piani sequenza, così come ogni spunto interessante, vengono dilatati all’inverosimile per compiacere un’arroganza (non ambizione, direbbe Mereghetti) d’insieme sopportabile per una durata che non è certo 140’. comunque se inizio con “fotografia splendida” significa che molto probabilmente non ho più nulla da dire. scena che ricorderò: rotaie interminabili.
e ora, il purgatorio: süt di Semih Kaplanoglu ha deluso la critica più di gabbla, con la differenza però che non ha esaltato proprio nessuno. io l’ho trovato di una pregnanza narrativa più rilevante, e con una prima parte quasi avvincente nella sua immobilità (e comunque: tra gli orrendi titoli di testa desertici di gabbla e un serpentone che fuoriesce dallo stomaco di una signora appesa a testa in giù su una pentola di latte che bolle, vince il secondo). è un peccato che poi il film si incanti sul proprio stile (v. sequenza finale: delusione senza serpenti) disperdendo così il discorso mondo nuovo (turco) vs. mondo antico (turco) in una serie di “immagini suggestive”. il protagonista è una specie di gael garcia bernal turco che ha abbastanza riflessività negli occhi da non sembrare ottuso nei rari primi piani. scena che ricorderò: il serpentone
inju, la bête dans l’ombre di Barbet Schroeder è un film che non ha vinto a Venezia come repubblica.it vorrebbe farci credere. infatti, quello è Werner Schroeter. attenzione alle consonanti, perché Barber Schroeter non è Sweeney Todd anche se nei modi gli somiglia. inju parte benissimo con una sequenza splatter da applausi e nei primi tre quarti d’ora funziona discretamente affidandosi alla mescolanza dei generi e a un pertinente discorso estetico sull’attraversamento del confine tra arte e realtà.
soltanto che, non si capisce quando (e da quel punto in poi si ha l’impressione che sia sempre stato così), il film deraglia e imbocca tutte le strade sbagliate: thriller poco pungente, film esotico da deridere, horror non terrificante, hardcore impacciato (le scene perverse di cui si è tanto parlato sono: buffe). Benoît Magimel tenta di fare la faccia spaventata, ma in verità si sta rendendo conto che non dovrebbe mai andare con una donna. scena che ricorderò: la leccata di piedi, il pubblico che fa “uuuu”
l’altro con il nome simile (Werner) non mescola generi ma crea egli stesso generi per un film ammirevolmente pretenzioso dove suggestioni surrealiste fanno l’occhietto a un uso del tempo spiazzante, sempre in bilico tra tempo effettivo e tempo della mente. in una frase: visivamente impeccabile, non si capisce niente. c’è una specie di arcobaleno di emozioni e sadismo nei personaggi (ben) raffigurati all’interno del film, il tutto contrappuntato da un’ironia purtroppo non sempre comprensibile. Scena che ricorderò: palloncini, teste di animali intorno al tavolo.
l’altro africano da 140’ è teza di Haile Gerima, opera ambiziosa (lo dice Mereghetti: non lo contraddico) che ha tuttavia il buon senso di non voler sfoggiare la propria maestria ad ogni inquadratura. o se non altro, trova qualcosa di meglio da fare. ad esempio: raccontare una storia (cosa perlopiù non disprezzabile). teza ha difetti e lungaggini, eppure dimostra grande forza e originalità. la mia saggia mamma lo ha catalogato come “la meglio gioventù etiope”, sottintendendo che Giordana dovrebbe essere torturato e Gerima no, io non credo di avere una definizione migliore. scena che ricorderò: contrattazioni iniziali intorno al fuoco
per cambiare discorso, muukalainen di Jukka-Pekka Valkeapää, parte delle giornate degli autori e da pronunciare tutto di un fiato, è un romanzo di McCarthy con la gente finnica. la storia è inquietante a sufficienza, come lo è il bosco che circonda la casa di questa gente finnica poco comunicativa, eppure non coinvolge come si spererebbe. qualcuno sulla rubrichetta di ciak lo ha definito uno stile di regia “da videoclip”, io non condivido, forse si trattava di uno sfoggio gratuito di maturità cinefila (me ne servirò più avanti) - io per esempio mi sono resa conto di essere cresciuta cinematograficamente quando ho incominciato ad usare la parola "distribuzione". le scelte registiche, anzi, mi sono sembrate le più azzeccate, insieme alla fotografia. fotografia splendida. scena che ricorderò: il boscopozzo
tra i film brutti da far ridere: jerichow del tedesco Christian Petzold (un giallo del sabato sera che si sbilancia fino al noir del sabato sera rifacendo fiamma del peccato e ossessione, anzi il postino suona sempre due volte, data la componente etnica essenziale. il superariano infatti oltre ad essere un valente lavoratore non picchia le donne, tutto il contrario dell’islamico capitalista che tra le altre cose balla lascivo. 7 milioni di ebrei, ce n’era davvero bisogno? solo alla fine c’è il riscatto, che per l’appunto avviene con la -spoiler- morte. scena che ricorderò: lui in ombra guarda lei lontana. bella.); dangkou di Yu Lik-wai (saga di gangster cinesi a São Paulo che non viene incontro alla propria intrinseca bruttezza con una trama avvincente, anzi. Scena che ricorderò: lotta dura senza paura virata in giallo; cagnolino in pasto agli alligatori); un giorno perfetto di Ferzan “rognoso” Ozpetek (nelle prime due scene, mute, tenta 1) un pianosequenza voluminoso 2) la donna che visse due volte. poi cominciano a parlare ed è pure più tragico. i simboli sono spiccioli (la pallina del bimbo!!! L’aquilone!!!!! Il gelato!!!!!!!), i dialoghi divertenti (non intenzionalmente), il musicone da ricordare a tutti i costi, Mastandrea scialbo, il che mi fa piangere. scena che ricorderò sempre: si mostra il graffitone e il pubblico comincia a fischiare); il seme della discordia di Pappi Corsicato (il trash che non ci piace. il trash che ci piace: gilala che attacca il G8. il seme della discordia, untuoso al punto giusto, segna l’avvento di un’era di post-postmoderno che si dovrebbe vietare. Corsicato si compiace della propria intelligenza con un humour tristissimo e tritissimo e uno stile pubblicitario, “da videoclip”. non gli si nega l’indubbia freschezza, ma se questa è la freschezza allora forse meglio un film che sappia di sudore (GERGO PUBBLICITARIO). Le citazioni sono appiccicaticce (via col vento, potemkin, volver, kill bill, de niro) e fanno la gioia di chi le riconosce, la ferrari è un mostro temibile, l’unica battuta carina è quella della suora, che però viene rovinata subito. Il “sopra le righe” viene dato un po’ troppo per scontato e alla fine i personaggi divengono degli stereotipi poco divertenti da cui esce bene solo Gassman. scena che ricorderò (forse): i tacchi e i manichini, bella.).
non mi è piaciuto nemmeno in paraguay dell’acclamatissimo Ross McElwee (sezione Orizzonti), serenamente autoreferenziale, che fa un filmino di famiglia molto abile nel riprendere gli stati d’animo ma si abbandona un po’ troppo spesso a considerazioni qualunquiste di celata superiorità. un altro film verso cui non nutro grande simpatia è l’apprenti di Samuel Collardey, sguardo documentaristico sulla Francia rurale moderna, che ha rubato il premio della critica all’adoratissimo $e11.0u7!. vergogna.
shirin per lo spettatore: novantadue minuti di camera fississima su variate e variabili spettatrici che fanno lo sguardo intenso e poi piangono
shirin per il film: Kiarostami ha questo pregio misterioso di avviarsi verso missioni suicide ed uscirne vincitore. la sperimentazione è audace e interessante, e chissà come non sembra nemmeno una cacata intellettuale. comunque sia, 90’ sono un po’ troppi, ma piace per un quarto d’ora l’assenza di controcampo, il riflettersi del film negli occhi (occhi/sguardo/sguardo interiore/aggiungere a piacere un sinonimo preso dalle pagine di “segno”) di chi guarda, due processi in atto nello stesso istante. poi c’è il pubblico che gioca al binoche-che-piange-spotting, la Binoche (è lei) compare tre volte e piange due, io una cosa del genere speravo di non doverla mai vedere nella vita, Binoche col velo che piange, orrore letale. la storia raccontata è molto bella, chi si annoiasse (legittimamente) può concentrarsi su quella e immaginarsi le figurine ed escludere la Binoche che piange dalle proprie esperienze.
the burning plain di Guillermo Arriaga è un film di quelli che poi vengono comprati da canale5 e uno ci pensa un po’ su e dice “sì, oggi lo rivedo!” ma poi si mette a guardare la partita anche se non ha mai guardato la partita. il punto è questo: se uno dei pregi di Iñarritu (pre-Babel) era la capacità di non trascinarsi il peso stanco del film, Arriaga si libera di questo pregio come si è liberato del sinistro ex-DJ. regia bah, gli attori sono tutti bravi (anche questa è una cosa facile da dire: Charlize Theron fa la ciondolona e non è nulla a confronto di quello che era in, che so, elah; Kim Basinger dice soprattutto la parola “supermercato”. applausi per la bionda giovane, sorprendentemente espressiva, e per il Sergio Rubini losco che tampina Charlize Theron), com’è che il film non decolla mai? e dire che ci sono: esplosioni, bruciature, catastrofi aeree. spreco. scena che ricorderò: l’orrendo mosaico finale di personaggi che da una studentessa di cinema in fila è stato definito come “intarsio narrativo bellissimo”, o qualcosa di simile, al che io ho vomitato ripetutamente nel suo zaino.
migliori intrecci di quelli di Arriaga sono in lønsj di Eva Sørhaug, norvegese trucida e molto abile che si serve di scenografie delicatissime per somministrare alcune tra le efferatezze più strazianti della mostra (e ho visto parc! e ho anche visto dangkou dall’inizio alla fine). se si dimentica l’espediente spicciolo a metà tra magnolia e brewster mccloud dell’invasione di uccelli (non che sia brutto in sé, ma è di un già visto malefico), il film è limpido e piacevole sia quando schiva le efferatezze strazianti che quando ci incappa, sfiora i personaggi e li abbandona a metà storia, cambiamenti interiori e tutto. le musiche, del sempre venerato Bugge Wesseltoft, ornano il quadretto macabro dotandolo di un contrappunto gioioso e sadico quanto basta. sempre settimana della critica, sempre meglio de l’apprenti. scena che ricorderò: panini nella casa delle bambole.per rimanere in tema di delicatezza, 35 rhums, fuori concorso di Claire Denis, è un ritratto intimo del lato in luce della banlieue, poco appassionato ma per nulla scontato. finalmente delle rotaie interminabili che non stufano, non è un film indispensabile ma è uno sguardo nuovo, che nella sua pacatezza ricorda i momenti scanzonati di tutta colpa di voltaire di Kechiche. Alex Descas e Silvio Orlando gronderebbero di umanità anche recitando nel ruolo della teleferica.
si è parlato tanto male e tanto bene de il papà di giovanna. comunque se ne dica, Pupi Avati non va a caccia dell’emozione a tutti i costi eppure commuove (magari per via di Silvio Orlando, che ne so). è certo che la ricerca dietro ad ambientazioni e a personaggi vince qualsiasi “anche a me piacciono i led zeppelin una cifra” di Ozpetek o potemkin 2.0 di Corsicato. quindi ben venga un classicissimo, anche se non per questo difenderò la fucilazione finale, che comunque rimane un pretesto per far vedere Greggio morto sparato (goduria) (soddisfazione) (piacere).
è un caso a sé, sfortunatamente poco riuscito, birdwatchers – la terra degli uomini rossi di Marco Bechis. distaccato e obiettivo: non prende le parti, ma illustra bene, non appassiona troppo e non è il preferito di nessuno, però è degno di rispetto. film corale, indios bravissimi, italiani nel ruolo di real doll. a Santamaria viene detto “uccello” più volte di quanti se ne vedano in lønsj.
settimana della critica! čuvari noči, di Namik Kabil, film piccolino, rarefatto à la Kaurismäki (beh, accostamento troppo immediato. che poi dire “Kaurismäki? Accostamento troppo immediato” sia uno snobismo delle dimensioni del mostro di cloverfield è un’altra questione). si ride e si riflette un po’ / molti si annoiano, io no. scena che ricorderò: i cd di autostima.
iki çizgi del giovanissimo Selim Evci è un film sui giovani turchi molto occidentale, e spia nella vita di una sempre giovane coppia che comunica attraverso silenzi (lui è il Pieraccioni turco), ma nonostante questo riesce a destare interesse nel pubblico (pur con delle scelte fotografiche discutibili, v. aperture di diaframma alla cazzo). non ci ho visto tutta la riflessione sui tabù della società turca contemporanea, ma ritrarre una vicenda privata annegata in un mare di non detto non è necessariamente cosa da poco. scena che ricorderò: hotel a ore pulitissimo.
pranzo di ferragosto di Gianni di Gregorio, già sceneggiatore di Garrone (heh), è un film senza pretese che si serve di un soggetto semplice e di faccine di vecchia buffe per far ridere in maniera non semplice ma buffa. attori tutti bravi (meglio che in the burning plain), le vecchiette convincono tutti, si ride genuinamente e molto, diversi applausi a scena aperta sono esagerati (non lo sono invece per $e11.0u7!. sto creando un’aspettativa vero?), ma non mi sento di dar contro a un film delizioso. scena che ricorderò: mangiare pasta al forno di soppiatto.
stessi vocaboli più o meno per kabuli kid di Barmak Akram (che word mi ha corretto incessantemente in "Barman") dove invece dei vecchi si usano i pupi, ma esclusivamente in maniera funzionale alla storia raccontata. il pupo di Kabul non fa le faccine per intenerire, il tassista di Kabul sì: e funziona. Kabul tra bollettino di guerra e commedia (amara) quotidiana.
pinuccio lovero – sogno di una morte di mezza estate è un mockumentary divertentissimo che non ho visto tutto. qui si trovano sinossi e tutto, a modino.
huanggua (significa cetriolo) di Zhou Yaowu segue il flusso della Nuova Negatività Cinese (scherzo, ma è vero - per orizzonti: perfect life di Emily Tang, imperfetto film con molto cuore che parla delle miserie sociali, e women (we) di Huang Wenhai, documentario che parla delle miserie politiche; tra i cortometraggi, wode di Liu Hui che parla un po’ di tutto questo in 29’. tutto molto vero, al termine dello sfarzo da XXIX olimpiade, capito Zhang Yimou?). si diceva, cetriolo. si intrecciano storie meno preziosamente che in lønsj, meno secche e più dilatate, molti silenzi e camera fissa (che mi ricordi, un movimento di macchina, e nella prima scena). scena che ricorderò: scopata fuori campo, finissima e pudicissima e tagliata dai limiti dell’inquadratura. il mio personale vincitore della settimana della critica se non fosse per $e11.0u7!.
e ora, $e11.0u7! – lo scioglimento della tensione. $e11.0u7! di Yeo Joonhan, malese adorabile (guardatelo qui: è uno che ride da tutta la vita) già a Venezia nel 2006 con il cortometraggio Adults Only (che io sospetto essere un capolavoro).
$e11.0u7!: ho scelto di vederlo non sapendone nulla perché chi dà un titolo del genere ha soltanto due possibilità: essere un genio (un genio furbo che vuole che il suo film schizzi in cima alla lista delle “proiezioni per titolo”), o un idiota. bene, genio. $e11.0u7 è il film da difendere della mostra, e ha probabilmente l’impatto eversivo che ebbe the meaning of life a Cannes nell’83. e, oltre all’inglesità, dai monty python eredita la tipicissima assenza di battute chiave (leggi: punchline), per dare in maniera infinitamente intelligente l’effetto di un film in levare che regge tutta la sua durata. raccontato così non fa ridere. una soddisfazione per i maligni: il film non è perfetto (v. un po’ del montaggio), ma la verità è che raggiunge vette di finezza scanzonata tali da far dimenticare tutto il resto. un esempio: l’intera messa in scena di money (che su carta si intitola the 50 ringgit song o qualcosa del genere), la banda di strada che suona, i pugni finali alla parte sognatrice (esorcizzata) di Eric Tan. creiamone un culto! le canzoni (perché, sì, è un musical), scritte e composte dallo stesso Yeo Joonhan (smettete di chiamarlo Joonhan come se fosse vostro cugino), vanno dalla farsa in stile monty python (yes man, la canzone del leccaculo) alla ballata beatlesiana (50 ringgit etc.), al pop spudorato (you’re not my type, bel duetto con sutura), al monumentone soul (Jerrica Lai sul palco, la canzone dei “pugni a Eric Tan”). le note di produzione, scritte da Yeo Joonhan, sono scaricabili qui e danno una vaga idea dello spirito dell’opera (“On the other hand, comedy has the intriguing quality of making an audience think the joke is on the other guy”). scena che ricorderò: i momenti di poesia, il karaoke su here and now e le vecchie sul taxi.sempre riguardo a questo film, una breve parentesi doverosa che si intitola AMORE ETERNO: un amore ritardato, da seconda visione. Peter Davis è bello come solo un eurasiatico, e ha un accento più inglese di un copriteiera. Peter Davis, dove sei stato tutto questo tempo? Avrai la mamma più orgogliosa del mondo. Mentre voi siete impegnati ad ammirarlo qui, io sono impegnata a giurargli il titolo di questa parentesi: innamoramento.