venerdì 16 dicembre 2011

sabato, 13 settembre 2008

Love is love is not something else 2/2


POLIZIA - UNITÀ CINEFILA



per la rubrica “le pellicole paraculo”: stella di Sylvie Verheyde (giornate degli autori) è un filmicino autobiografico che basa le sue qualità sulle espressioni distaccate che si formano di volta in volta sul viso della protagonista. begli anni ’70, bei ritratti di genitori e di sciroccati a caso, sebbene non sia buonista lascia una scia dolciastra al suo passaggio. voy a explotar di Gerardo Naranjo (orizzonti) è un film giovane dentro su due viziati con i traumi non molto simpatici. è avvincente per la prima ora la storia di questi romeo e giulietta meet bonnie e clyde meet sid e nancy minorenni, peccato che poi Naranjo la faccia un po’ tanto lunga sull’angoscia adolescenziale e si simpatizzi per i genitori e si invochi la strage. scena che ricorderò: tenda con bright eyes in sottofondo (film giovane).
la coppa paraculo è vinta comunque da Natalie Portman (quella) con il cortometraggio eve: vecchi (immensi vecchi, però: Ben Gazzara e Lauren Bacall), scrittura giovane (viene citato persino facebook), protagonista sbiadita (forse adatta alla parte), musica di Sufjan Stevens (!), una lista di ringraziamenti lunga così (qui è quando faccio il gesto della superstrada). inconsistente, ambizioso, non girato male. tra i corti visti il primo settembre, però, uno dei mali minori. menzione speciale per: de onbaatzuchtigen (the altruists) di Koen Dejaegher, scrittura originale e spassosa (e non ci sono umani che perdono sangue grigio, dico a te Martin De Thurah, premio paraculo della giuria), bianco e nero un po’ asfissiante, cosa su cui passo sopra volentieri poiché sono faziosa; altra menzione per: the butcher’s shop, ricostruzione fedele del quadro omonimo del Carracci (A come Annibale), split screen con il quadro che prende vita e con Carracci nell’atto di dipingere. sia in apertura che in chiusura il colore sulla tavolozza viene reso indistinguibile dalla carne. ambizioso e bello.

un procedimento non diverso di quadro che diventa film che è a sua volta film sui quadri è quello di (l’avete già capito) Takeshi “gioia dei sensi” Kitano. akires to kame calca sempre sugli stessi temi di takeshis e di glory to the filmmaker (la figura del critico d’arte nel ruolo del critico d’arte poi è spregiudicata), ma si rigenera in freschezza con una storia e degli espedienti visivi da far venire le lacrime. che poi, a costo di ripetermi, già avere una storia non è cosa da poco, se poi è bella e abilmente calibrata (comico nel tragico, e poi tragico nel comico, tutto pervaso dallo splendore della messa in scena) mi interessa poco che serva a nascondere i biechi intenti di uno che vuole impuntarsi ancora sullo stesso concetto. qui ci starebbe bene una di quelle domande sulla funzione del cinema. stupire? intrattenere? suscitare riflessioni? Kitano, incerto, le prova tutte e riesce bene (n.b.: per quanto riguarda l’ultima funzione, l'abbiamo capita). inoltre, come fosse roba nuova per Kitano, c’è una delle raffigurazioni dell’amore più belle del mondo (Kanako Higuchi). film bellissimo, e dubito sarà mai stantio. scena che ricorderò: bicicletta, secchi di colore contro il muro, splash, auto, secchi di colore contro il muro, morte.
Altre lacrime: ponyo (precisamente: gake no ue no ponyo). la scena iniziale con le meduse potrebbe durare tutto il film (per non essere troppo di parte mi astengo dal citare gli animali marini sulle strade sommerse), solitamente i brividi alla prima scena mi rendono bendisposta (a parte nel caso di american gangster, in cui Ridley Scott non c’entrava e io stavo per collassare), e se così non fosse stato per ponyo, Miyazaki se ne inventa di tutte per incantare i più cinici con una regia maestosa. Ponyo pescetto: centinaia di “awwwww”. Ponyo bambina: inclassificabile tra i pupi paraculo di sopra perché resa con troppa naturalezza. Unico personaggio un po’ così: la mamma di Ponyo (dea ex machina), che però giunge sempre accompagnata da una tale quantità di sfarfallii che la fanno emergere da profondità ancestrali davvero da mito greco. solo all’apparenza ingenuo, sirenette senza la femminilità che involontariamente causano gli tsunami. un film davvero, mica cartone così per scherzo, anche se il mio personale vincitore di mostra (senza nulla togliere ad Aronofsky, grazie, Darren, di aver detto addio a the fountain!) è vegas (precisamente: vegas: based on a true story) di Amir Naderi (il quale, invaghitosi severamente dell’America, da più di un decennio la riprende a modo suo), dimostrazione che “von stroheim died for your sins”.
oltre all’idea di per sé brillante di ritrarre Las Vegas diurna e miserrima, è stupefacente il modo in cui viene rappresentata la costruzione del sogno americano all’interno di un microcosmo di lamiera. tutte persone sulla soglia della povertà-senza-ritorno con ricalcata in faccia la patina socialmente accettabile del benessere. e quando poi il denaro è in grado di distruggere tutto, Naderi lo mostra nel modo più schietto e americano possibile: non lasciandosi sedurre dai simboli (troppo europei). la valigetta piena di soldi c’è (o almeno: ci dovrebbe essere), e la disintegrazione dell’ambiente è effettiva. dalle azioni dei personaggi si colgono i simboli, e non vice versa: americanissimo (non ci sono auto in fiamme o aerei che cadono, ma c’è una ruspa scavatrice!) e molto bello. attori perfetti (mi sono divertita molto vedendo un video della passerella su repubblica.it perché a un certo punto una tale dietro le transenne vede passare Nancy La Scala e dice, in quest’ordine, “ DARREN! DARREN! MICKEY! MICKEY! chi è quella sfigata lì”), grandi silenzi, colonna sonora di campane a vento, fotografia desolata (bella: la faccia prestigiosa di Las Vegas viene spiata da una distanza di sicurezza), humour nerissimo, zero cose fuori posto. asciutto come il Nevada (o un conto in banca).
questo è il momento in cui pretendo di avere il filo logico ben saldo tra le mani e faccio l’accostamento con below sea level di Gianfranco Rosi (orizzonti). con Gianfranco Rosi vorrei poter parlare per qualche ora. la realtà che riprende (anzi, con cui ha convissuto quattro anni) è inimmaginabile ed è il gradino della scala sociale che non è in vegas e non è nella mente dei più e secondo me non era contemplato proprio nei disegni divini perché non si tratta di maledetti abbracciaalberi: è gente, addolorata più sbandata meno, che ricrea la civiltà con un discreto numero di comfort a 40 metri sotto il livello del mare. c’è anche una con le manie igieniche, vedi un po’ tu. le regole di convivenza civile vengono sovvertite a favore di un riserbo sostituito alla cortesia-a-tutti-i-costi (c’è comunque uno strascico dell’americanissimo “ti sparo se entri nel mio terreno”), la solidarietà emerge molto lentamente. non sono i buoni selvaggi, quelli di below sea level; sono dannatamente intelligenti e istruiti dalla vita alla diffidenza. sono però disposti a condividere le storie di dolore, perché di quelle ne sanno fin troppo e se non fosse per quelle sarebbero ancora nelle loro case con un maggior numero di comfort, e sopra il livello del mare. tra gli altri, un punto di forza è il senso dell’umorismo: c’è una battuta sul papa, e Wayne l’amante dei cani quando parla dice perlopiù “uccido dio”. venerazione immediata.
questo è il momento in cui mi dimentico del filo logico e parlo dei Coen. burn after reading, che è già stato reintitolato “A PROVA DI SPIA” (per dare l’idea dello spoof, no?), è una parodia senza dirlo a tutti i costi ed è più bello di non è un paese per vecchi nel sembrare davvero pensato dai Coen e non un romanzo di McCarthy declamato dalle persone vere e con i bei deserti. agli atti: si ride molto anche quando i Coen giocano di cadute di stile intenzionali (la fallopoltrona). con quei corni roboanti e quei tamburi uno si convince che sia davvero un film serio, mica “a prova di spia”. e poi il cast: burn after reading è sostanzialmente un film di cast e di caratterizzazione personaggi (non dimentichiamo però le belle sequenze da film di genere come "scarpe lucide nei corridoi della CIA"), Frances McDormand è immensa, magistrale, burina; George Clooney fa le smorfiette ed è troppo gigione pur dovendolo essere (ma fa quasi commuovere quando porta, contrito, il trampolino da letto fuori di casa), meglio Brad Pitt (non immaginavo lo avrei mai detto) che si consacra e fa le smorfiette adatte e ha pure il physique du rôle; Richard Jenkins stupisce nel ruolo di Ulrich Mühe che interpreta il ruolo de “l’emoticon prugno”; Malkovich l’attore serio dice solo “fuck”. non ci si limita, come nelle parodie, a basarsi sul contrario di tutto (qui: il contrario della spy-story) per ottenere la risata; ogni personaggio è delineato bene sia nel suo aspetto comico che in un aspetto slegato dalle intenzioni del film. quello che si ottiene è un film comico sulla realtà, il che schiva i limiti del film di genere sul film di genere (perché riesco a pensare solo a epic movie? dispero). le ultime battute di J.K.Simmons sono da scrivere nella Storia. bello disimpegnatamente.
burn after reading era preceduto dal corto di de Oliveira (do visìvel ao invisìvel), una delle cose più belle viste in mostra subito dopo Peter Davis.



gli Ammeregani Altri (quelli in concorso): rachel getting married di Jonathan Demme è così perfetto nella descrizione di un nucleo famigliare che sembra quei quadri impressionisti di interni, solo con i drogati e gli psicologi. Demme non è sacro (ricordiamo che ha anche diretto quell’odioso remake di sciarada con Mark Wahlberg nel ruolo di Cary Grant) ma fa capolavori anche con la macchina a mano. Anne Hathaway: lo dico? lo dico?? è tutta la vita che aspetto di usare un’espressione così. Anne Hathaway IN STATO DI GRAZIA che nemmeno la moglie di Shakespeare, fa una protagonista con guizzi di protagonismo, e la fa bene. i nodi al pettine di una famiglia normale, neanche troppo disfunzionale. peccato non regga la durata: 90’, un film grande che illustra le ragioni di tutti senza un vero cattivo (hanno tutti ragione – anche se essere psicologi rende automaticamente cattivi); quasi due ore, un film che si trascina, e so che era quello il punto, ma: meno folklore matrimoniale e balletto caraibico e avrebbe funzionato. nella foto, la versione riassunta di rachel getting married, senza balletti.
di the wrestler non parlo dopo. the hurt locker di Kathryn Bigelow è un film noleggiabilissimo dotato dello stile futuristico e del montaggio serrato che contraddistinguono la regista. ho adorato il fatto che i nomi “che fanno cassetta” (Guy Pearce, Ralph Fiennes, pure David Morse) venissero decimati o relegati a particine; che fosse una metafora della guerra che annulla ogni protagonismo? spieghiamolo ad Anne Hathaway! comunque. Il film di pregi ne ha, e va ad interrogarsi sulle questioni che vengono toccate anche da Z32 di Avi Mograbi, il bel documentario-in-musica che parla di impulso ad agire a tutti i costi e di astinenza militare (il termine viene da qui). io credo che, nonostante il fatto che the hurt locker parli della guerra in Iraq, la guerra in Iraq sia totalmente superflua ai fini della ricerca della Bigelow e conti più che altro la frase in apertura sulla guerra come droga. pensarla da questo punto di vista mi solleva, ma la prima impressione che ho avuto è stata “beh allora gli sforzi di Haggis (sforzi di Haggis?) e di de Palma l’anno scorso sono stati vani, se alla fine gli americani sono un po’ sfasati ma gli iracheni, quelli sì che costruiscono i bambini bomba!”. non lo so. la parte finale è molto bella. Jeremy Renner non riesce a sfilarsi l’uniforme dai tempi di 28 settimane dopo.

i film tuttosessuali: ho già detto che ho visto parc (giovani magri di Gus Van Sant, storia di crocifissioni morali e non, c’è un tale che si chiama Chiodo e un tale che si chiama Martello. subito dopo il film abbiamo visto Martello che stava mangiando un gregory speck al baretto) e altri italiani recenti: il primo giorno d’inverno di Mirko Locatelli è un romanzo su una formazione che non può avvenire (infatti è ben noto che non ci si possa formare nella provincia milanese), una bella storia sul niente che alla fine non mantiene le promesse. la pupetta è brava, il protagonista Mattia “voce cavernosa” De Gasperis non è male, ma talvolta si ha l’impressione che cerchi di somigliare un po’ eccessivamente a Elio Germano.
un altro pianeta di Stefano Tummolini (già Stefano Ozpetek Tummolini) è un film girato con poco dalle belle premesse ma purtroppo piattissimo. ma quando si ha l’impressione che si prenda troppo sul serio, smentisce tutto e almeno questo è un bene. il protagonista Antonio Merone (anche sceneggiatore) tiene sulle spalle tutto il lavoro ed è di indiscussa grandezza (N.B.: non l’ho detto per risolvere la questione del nudo frontale in due parole).

mi spiace relegare a un piccolo spazio la fabbrica dei tedeschi di Calopresti e thyssenkrupp blues di Balla e Repetto, che fanno discorso a sé e sono stati proiettati insieme seguendo un filo logico ideale e macabro. tedeschi: parte documentaristica bella, onesta, non ricamata. non necessaria la parte iniziale con gli attori (gli attori veri), perché poi si ribaltano i ruoli e, quando arrivano le interviste agli umani (gli umani veri) ci si chiede “ma questa è quella che fa valeria golino?”. poco furbo. thyssenkrupp: più distaccato (per un fatto di calendario più che altro), racconto in soggettiva di una vicenda collettiva. eterno Carlo Marrapodi.
mamma Russia: burmažhny soldat, di Alexey German (Jr!) ha vinto il leone d’argento. io l’ho visto alle 8,30 del mattino con molto freddo addosso e l’aria condizionata, e con la steppa kazaka a infierire sul mio stato. la fotografia fangosa è bella (accidenti ho giocato la carta “fotografia splendida”), la sceneggiatura čechovianamente russa, il maggior difetto è che due ore sembrano davvero le sei settimane del film; sonnellino tra la quarta e la terza settimana. arrivati alla seconda settimana ho tirato un sospiro di sollievo. atmosfere e sentimenti sono congelati almeno quanto me in sala (non lo segnalo come elemento negativo), non rimane nulla della gloria dell’uomo sulla luna. Scena che ricorderò: tutta la parte finale, dall’incidente (ehm) di lui ai titoli di coda.
dikoe pole di Mikhail Kalatozishvili (esatto), presentato per orizzonti, ha come protagonista un Christian Bale russo che fa il dottore altruista nella steppa russa. dikoe pole, che non ha nulla di estremamente originale, si fa molto apprezzare per il coinvolgimento emotivo (medico buono, buonissimo! senza affettazione di sorta, per forza, siamo in Russia / presenza inquietante sulla collina che viene spesso messa da parte ma rimane impressa nella mente di protagonista e spettatori) ed estetico (steppe ben fotografate). un film che si riesce a fare proprio, a differenza di burmažhny soldat.
il che avviene anche per rysa del polacco Michał Rosa (giornate degli autori), storiaccia sul deterioramento della fiducia, di un matrimonio, e per coerenza anche dei corpi (con sottotesto politico!). rysa prende le mosse da un’idea già vista in caché di Haneke (videocassetta turba il quieto vivere della famiglia borghese) ma si risolve in chiave meno psicologica e più esteriore. la protagonista è la donna più brutta di Cracovia e fa l’entomologa. tanto amore. scena che ricorderò: parrucche nella casa nuova.
non c’entra nulla con le atmosfere fredde, ma con le donne brutte e brave sì: Dominique Blanc ha vinto la coppa volpi e io sono stata felicissima. l’autre di PM Bernard e Pierre Trividic ha lasciato i critici per metà perplessi da tutto il suo sviluppo, per metà entusiasti dell’incipit bello e nitido con luci di strada e fari che si dividono e caselli stradali di luce (io sono appena di ritorno dalla francia, e quei caselli con i cestini per gettarvi le monete non sono per nulla uno scherzo). da parte mia, un inizio così pulito e con le martellate nel cranio non può che avvincermi. ero reduce da dangkou e inju, ma l’autre mi è piaciuto, anche con il suo sparpagliare idee valide per non farne una vera trama (l’alienazione domestica con l’antifurto tuttofare: inquietante, ma a che pro? a me comunque è piaciuto), e Dominique Blanc con il suo fiero cipiglio butta fuori rancore, amore adolescenziale, problemi sociali di un’assistente sociale, rassegnazione da gallina vecchia. buon brodo.

un film così, un film cosà, tre film belli: zero bridge di Tariq Tapa (orizzonti), su un giovane (tutti nei dialoghi continuano a ripetergli quanto sia ragazzino, l’attore invece ha tra i 35 e i 40 anni: potere del cinema) intelligente e furbetto. coincidenze lo avvicineranno alla ragazza cui ha rubato il passaporto. non si simpatizza troppo per il protagonista, perciò si mantiene un composto distacco (non lo si odia, nemmeno: è troppo fuori posto nella società per essere un personaggio sbagliato) nel corso della visione. se Afef vivesse in Kashmir adesso direbbe “che brutta immagine diamo di noi all’estero”.
il trash che ci piace: girara no gyakushu / toyako samitto kiki ippatsu! (il punto esclamativo non è dato dal mio entusiasmo, è proprio nel titolo) di Minoru Kawasaki (già regista di questo) ha ancora un’apparizione speciale di Kim Jong-il e non si merita un commento che vada oltre un entusiasta TAKE-MAJIN!!!!!!!!! si ride pazzamente (anche sulle ingenuità degli stereotipi dei membri del G8, anzi, lì di più), si tifa durante le lotte coi mostroni, ci si stufa un po’ con i fedeli nella foresta, ma la danza d’invocazione di Takemajin è già culto.

Francis Xavier Pasion è il filippino che non ha vinto orizzonti (ha vinto Lav Diaz con un film di quasi otto ore! che non ho visto), jay tratta i temi di $e11.0u7 (qui il reality show sul dolore, lì il reality show sulla morte; in entrambi, persone addolorate che si rassettano prima di andare in tv) con un’ironia più accanita e senza stacchetti musicali. di più: cercando di spiazzare il pubblico sin dall’inizio (viene dal primo minuto somministrata la trasmissione già confezionata, con voce fuori campo che dice cose poetiche e tutto, e ci si disgusta molto; solo in seguito i passi indietro per capire i meccanismi) Pasion riesce, con una chiarezza esemplare (amabilmente evitando ogni “tratta troppi temi, non si capisce niente”) a toccare, anzi!, a pungolare, anzi!, a torchiare il buonsenso formato tv degli intervistati: Jay era gay, ma ora è morto accoltellato, ed era tanto un ragazzo per bene! e tutto è così diabolicamente ben scritto da non sembrare mai falso o unicamente finalizzato alla critica, tant’è vero che arriva un punto del film in cui si simpatizza di più per i factotum del reality (laidi) che per i veri addolorati (trasformati). crudelissimo, con un finale ciclico che non sembra macchinoso (probabilmente lo è: ma da buon reality la prima impressione è importante), vogliamo il seguito – Jay lives again, il reality sui giusti resuscitati eterosessuali.
avrei voluto cominciare scrivendo “les plages d’agnès dell’ultracentenaria Agnès Varda”, il che però è biologicamente impossibile tranne forse nel caso di de Oliveira. Agnès Varda di anni ne ha 80. peccato. les plages d’agnès della ottantenne ma sapiente come un’ultracentenaria Agnès Varda, anima gentile e fuori dal coro della nouvelle vague militante, è un’autobiografia generosa che ha i pregi del racconto su di sé (molta documentazione) ma non ne ha i difetti né il sentimentalismo. faccio un esempio: provi chiunque a scrivere un film dedicato alle spiagge, reali e metaforiche, della propria vita aprendolo con un gioco di specchi e rimandi SENZA contemporaneamente desiderare che un 747 si schianti contro le torri del proprio sopravvalutato cervello. beh la Varda dall’alto della sua sapienza ultracentenaria ci riesce con molta autoironica perfezione e rari momenti di lirismo (quando presenta i nipotini fa la chioccia, ma almeno non sono bambini morti). les plages (abbrevio) è un viaggio nel tempo delicato e non imposto cui è possibile, ma difficile, assistere distaccatamente. la protagonista e narratrice zompetta come un pinguino anfetaminico bicolore (adorazione) tra frammenti di film e fotografie immensamente belle e ricostruzioni della propria memoria (la casa di produzione-spiaggia nelle strade di Parigi è una delle immagini più belle non della mostra, della storia del cinema! ed è bene andare sull’assoluto in questi casi). giochi di specchi, il film più potenzialmente pretenzioso e amabilmente riuscito immaginabile.
questo è il momento in cui non parlo del leone d’oro. the wrestler di Darren Aronofsky non è un film sul wrestling con non molto cuore che non vede la riconciliazione del regista con uno stile quasi classico, avanguardistico come i precedenti ma di certo privo del trademark Aronofsky ad ogni non-inquadratura (e i titoli di testa tamarrissimi non lo confermano). Mickey Rourke non è un mostro di bravura, e sebbene non somigli un poco, visto l’abito e lo stile (cit.), al wrestler con la crisi di cui non si parla, non porta una serie infinita di sfumature emozionali sulla scena che quasi non traboccano dallo schermo e non commuovono e non fanno fare le mosse del wrestling anche a chi del wrestling prima non aveva paura. Marisa Tomei non sa stare solo nuda. finale aperto, che non dà uno spiraglio di rinascita a Mickey Rourke stesso. Mickey Rourke dopo il restauro: non si porta dietro un’esperienza ventennale di ferite, un po’ vere e un po’ false, che non segnano una mappa del corpo in una maniera dissimile da quella di Viggo-non-tatuato-dappertutto in Cronenberg. non difficile scelta. Mickey non meglio di Viggo. scena che non ricorderò: il wrestler non incarta cibo al supermercato.
per chi avesse avuto il fegato di leggere fino a qui: scherzavo. the wrestler non è un film sul wrestling, è un film sul cuore. ariete d’oro.