dall'ultimo concerto di Adam Green che ho visto sono trascorsi alcuni mesi e molti post di sconosciuti che cominciano con "in fondo uno a un concerto ci va per divertirsi e non pensare a niente".
innanzitutto: begli stronzi.
volendo, ma non è doveroso, andare a fondo: Adam Green fa RIFLETTERE sul fatto che è ancora possibile fare musica che non interessa più a nessuno e che sulla carta parrebbe morta rendendola coinvolgente, farsesca (ma senza l'intenzione di farne una farsa - la sottile differenza sta nel fatto che per raggiungere il primo scopo bisogna davvero amare una cosa, per il secondo basta essere Bruno Arena) e, cosa che non guasta, viva.
alcuni mesi fa, Adam Green voleva fare il cantante a Las Vegas, questa volta invece vuole cantare negli stadi.
la band è un po' cambiata (Steven Mertens rimane), tornano le tanto adorate donnone nere che fanno huuuuuuuuu, non le stesse dell'altra volta (e un poco meno brave), ma sempre grosse e spavalde e vestite succinte. la scaletta è una specie di bel bignami dell'antifolker distratto e prevede poche incursioni nell'ultimo disco: festival song tutta d'un fiato dopo un'introduzione bizzarra ed emily un po' sottotono; grandma shirley and papa, sempre uno dei punti più alti nella sfera dei rocker poco aggiornati con giacchini rossi di pelle; morning after midnight dopo la particina strumentale si eleva straordinariamente sempre grazie alle nerone le quali sfruttano il loro momento di maggior gloria per fare cori che se non fosse imbarazzante da dire definirei "da brividi" e che pertanto mi limiterò a descrivere con un sacco di accrescitivi; broadcast beach tronfia e meritevolmente chiassosa; it's a fine delicata e bella, con accompagnamento di sola chitarra. non ci si scorda infatti il momento acustico - irrinunciabile e questa volta persino meno cazzaro del solito - in cui drugs mi riconcilia definitivamente con jacket full of danger (che è un disco orribile nell'insieme ma con tante canzoni belle), bartholemew (sic, quella che in garfield, non il fumetto, cantava insieme alla mamma) assume una consistenza meno cantilenante, can you see me? ha tutte le parole sbagliate ma Adam Green non se ne cura e domanda aiuto al pubblico e dialoga con le persone in balconata e, ancora, riprova con le parole italiane ma, non essendo circondato questa volta da gente che ha votato Alemanno, non subisce gli scherni della folla. con questo, Firenze ospita tassisti molto spigliati che leggono libero, unica spiegazione (oltre a quella naturale) della smorfia di ostilità e ritrosia che sta perdurando sulla mia faccia.
FIRENZE: GENTE CHE AVREBBE VOTATO ALEMANNO MA CHE ALMENO NON ERA AL VIPER LA SERA.
altri motivi di riconciliazione con jacket full of danger: hey dude, il momento più violento e quasi-contemporaneo dell'opera omnia di Adam Green; nat king cole (con i suoi cambiamenti di tempo è, insieme a gemstones, una di quelle cose che si dovrebbero inserire nei biglietti di "rimettiti presto" da mandare ai malati in ospedale); pay the toll, dedicata a un sinistro gruppo di fan che la citava in uno striscione con un cuore disegnato sopra, nonostante questo particolare e il fatto che venga cantata quasi soprappensiero è quasi commuovente.
dei brani tratti da gemstones e friends of mine non parlo, perché si sa che io parteggio per quelli, e se ne è già parlato, e sono belli sempre, anche se suonati con un kazoo (cosa purtroppo non verificatasi).
concerto bello di per sé e bello perché fa RIFLETTERE le persone sulle trasformazioni che potranno ancora avvenire (musical basato su racconti di Paul Auster, si dice, e si dice anche la parola "rock" sebbene non si stia parlando di Ligabue).
menzione speciale per country road, che sento dal vivo per la seconda volta e con cui mi balocco sempre ricordandomi di avere pensato nel 2005 che il verso "everyone's in line to meet with the man who blatantly inspired his generation" si adattasse bene alla persona. estremizzando un poco, cosa che sembrava giusta da fare nel 2005.
anche se il concerto avesse fatto schifo, comunque, ne sarebbe valsa la pena poiché mi è stato regalato (non dal personale del viper) il piccolo mulo che nella foto esplicativa qui sotto riproduce la bandiera della Bolivia.