Il batterista dei Beach House
a londra tutti cominciano a dimenticare pete doherty.
l'università di londra è un luogo frequentato da persone ska di quelle che si credono esistere solo in italia e in nessuna altra parte del mondo.
ma l'università di londra è dotata, tra le altre cose, di una stanza dal nome autoesplicativo "the venue", in cui, guarda caso, si tengono i concerti. reel big fish, albert hammond jr, hanno suonato lì; lì si è tenuta una delle serate love music hate racism, una sorta di festival anti-tutto parte di un più grande festival sul marxismo in cui tutti gli addetti hanno una maglietta ROSSA con scritto "team", nonostante ci si aspetti "comrade".
love music hate racism del 7 luglio è preceduto da un bel dibattito sul 1977 in cui intervengono dei vecchi punk ora in giacca e cravatta, chris salewicz (che fa una egregia imitazione di joe strummer), paul sillett, e in cui sarebbe dovuto intervenire xyshze2k ejoq9 dei babyshambles, non pervenuto per "other commitments" (tutti ridono).
il concerto in sé è preceduto da un dj set di don letts, cui seguono due rapper femmine e velate che appaiono interessanti e si rivelano imbarazzanti, altri rapper con la tunica, rapper che incitano il pubblico a ballare, rapper, una specie di big band e, oh, rapper. nell'insieme, alcuni brani dal vivo sono carini, la maggior parte degli altri mi fanno pensare che, diavolo, sono a un festival contro il razzismo e per la prima volta capisco l'apartheid.
the social in little portland street è una specie di cantina in un club piccolo, ma è accogliente e sufficientemente grande per un duo. questo post si intitola il batterista dei beach house perché i beach house non hanno un batterista, essendo in due, cioè victoria legrand (la quale, non ci si stanca mai di dirlo, è nipote del più famoso michel = f for fake, une femme est une femme, prêt-à-porter), che suona organo, tastiere, canta e alex scally, il quale è sconosciuto però è bello, e suona la chitarra.
li precede un gruppo shoegaze chiamato se non sbaglio sian alice group, un sestetto tecnicamente impeccabile (d'altra parte il bassista è ex-jesus & mary chain) ma noiosissimo. basta donne con calze variopinte che non capiscono quello che cantano, per favore, grazie.
i beach house scendono (sic) (è un club molto piccolo) sul palco dopo molto tempo costernati, e victoria legrand si scusa con il pubblico e impreca con se stessa nella migliore tradizione cat-power-quando-ancora-beveva, dice di aver pianto in un angolo ed essersi rovinata tutto il trucco del pomeriggio. i beach house facendola breve non possono suonare per una questione di elettricità inglese ed elettricità americana, così diverse che hanno fuso la tastiera o insomma qualcosa di pernicioso del genere. ma suonano comunque cinque pezzi (childhood, apple orchard, tokyo witch, saltwater, e un'altra che non ricordo) con basi raffazzonate e chitarra e voce.
entrambi appaiono disgustati dal risultato e continuano a ripetere che "we don't sound like this at all", ma a me lo show pare bello.
e a rendere piacevole il concerto non è la tenerezza suscitata dall'autocommiserazione, ma soprattutto l'innato senso della melodia e la voce magnifica di victoria legrand (che è bello ripetere perché è un nome pomposo), molto lontana dalla monotonia di alcuni brani del disco anche mentre ripete rime facili quali love you all the time even though you're not mine.